Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Chi sono io? E perché nessuno ha voglia di dirmelo?

Una settimana fa ho posto una domanda ai miei contatti di Facebook: una domanda formulata scompostamente, non lo nego, ma che non ha avuto (quasi) nessuna risposta nel merito. Mi chiedevo – mi chiedo, dato che, appunto, non ho avuto riscontro – cosa ci sia che non va in me: e non c’è desiderio di conforto o volontà di ricevere complimenti o autocommiserazione o captatio benevolentiæ dietro le mie parole, ma il reale tentativo di comprendere e, se possibile, cambiare. Fidanzatafiga, la splendida fanciulla che mi sopporta stoicamente da anni, oltre ad essere, appunto, figa, è anche una psicologa: e, tra le mille cose che mi ripete da sempre – tipo, non infilare la mano nel frullatore in funzione, come peraltro una volta ho fatto – c’è l’assunto che, se suscitiamo la stessa reazione in un numero abbastanza grande di persone, è difficile che sia una coincidenza, ma noi stessi ne siamo causa. Da ciò consegue che, se non ci piace come gli altri ci trattano, dobbiamo controllare di non essere circondati da acclarati stronzi: appurato ciò, c’è qualcosa nel nostro comportamento che spinge persone normalmente urbane a comportarsi come militanti di Forza (N)uova a un gay pride. Da qui la domanda: che, appunto, non cercava risposte sornione, né complimenti da parte di semi-sconosciuti, e tampoco parole di conforto o distici elegiaci da persone che non vedo né sento da svariati anni, ma che voleva essere un tentativo di vedermi dall’esterno, di capire e interpretare. Avrei desiderato (e continuo a desiderare, ma penso di dover centrare meglio i miei interlocutori) una schietta risposta del tipo “non sopporto quando fai così”, o anche “preferisco quando non fai così”: e, sia dato onore al merito, amicacatanese lo ha fatto, andando a centrare un punto su cui affliggo fidanzatafiga da intere ere geologiche.

Assodato che qualcosa, da questa esperienza, l’ho comunque imparata – Facebook non è il posto adatto per le riflessioni più personali e complesse – mi chiedo, comunque, come fare a superare il gap che ci porta a vedere noi stessi sempre e solo con i nostri occhi; in questo modo, come si fa ad avere una esatta consapevolezza di sé? Se non riceviamo un feedback dagli altri – altri di cui ci fidiamo, ovviamente – come possiamo capire se le nostre battute fanno schifo, se appariamo dei patetici sbruffoni, se facciamo una cosa che sta fortemente sullo stomaco ai tre quarti della popolazione mondiale? Chi ci dice dove sbagliamo e dove facciamo bene? E lo sguardo degli altri quanto è realmente imparziale? Vale più il commento di un amico, che ci conosce e somma, ai nostri atti, tutto il vissuto che ci ha legato, o quello di uno sconosciuto che ha un punto di vista solo parziale ma più scevro di pregiudizi? Quanto siamo fastidiosi, stancanti, piagnucolosi o irritanti quando pensiamo di essere assidui, invitanti, irresistibili? Cosa sappiamo davvero di noi, e cosa sanno gli altri di noi?

Quanti sguardi alieni ci vogliono a comporre una esatta immagine di noi stessi?

Dopo molti anni, ho deciso di riprendere in mano un libro che avevo affrontato e non portato a termine: è Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) di David Foster Wallace, un autore che avevo amato all’epoca di La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che fidanzatafiga ha odiato e che a me erano piaciuti molto, e che ho progressivamente abbandonato col tempo. Leggo lentamente e lo trovo faticoso e involuto, ma voglio tenere duro e arrivare alla fine.

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