Libri per non-lettori.

Tra le categorie umane che suscitano in me maggiore interesse c’è quella dei frequentatori di gruppi social dedicati alla lettura; gli individui che la compongono sono, per la maggior parte, mitologiche creature che hanno avuto in sorte la possibilità di aumentare a dismisura il numero di ore delle loro giornate: altrimenti non si spiega come facciano a commentare e consigliare e recensire e bacchettare e litigare su Facebook, e intanto dichiarare di leggere, in media, sei libri alla settimana, di cui uno in lingua originale e uno ancora non dato alle stampe.

I frequentatori dei suddetti gruppi, da qui in poi definiti per rapidità Fdgsdal, hanno un sapere enciclopedico: di solito, unendo le forze, riescono a risolvere enigmi del tipo Chi sa dirmi il nome di un libro che ho letto sette anni fa, con la copertina blu, in cui a pagina ventitrè era citato un cane di nome Buster?. Sono dotati di grande caparbietà: affrontano con buona volontà (e spesso con buone idee) domande del tipo Sapreste consigliarmi un libro dedicato alla serendipità, in cui il protagonista abbia quarantesette anni e faccia l’impiegato del catasto?, e riescono a litigare per molte settimane consecutive in merito a post che riportano solo una foto della Fallaci o una citazione (spesso sbagliata) di Fabio Volo; hanno spesso gusti simili: si interrogano in coro sulla liceità o meno delle esternazioni di Bukowski, si beano, a giorni alterni, degli stessi versi di Wisława Szymborska o di Alda Merini, in generale si compiacciono moltissimo di appartenere a una élite dedita a un passatempo più sano e socialmente utile degli altri. Hanno modalità comunicative omogenee: postano compiaciuti foto di librerie, mostrano gli ultimi acquisti (di solito corredati dall’oziosa domanda Da quale inizio?, a cui fanno seguito dozzine di post con titoli indicati a casaccio), si esibiscono in brillanti giochi di parole a commento dell’ultimo volume di Camilleri.

Ammetto di dedicare moltissimo tempo all’analisi del Fdgsdal tipico: molti di loro, tra l’altro, sono lo zoccolo duro dei miei amici virtuali del cuore. Mi piacciono i gruppi social, e mi piace leggere, e per lavoro devo avere sempre uno sguardo quanto più possibile attento e preciso e puntuale sui lettori: quindi, per molti versi, questi gruppi sono perfetti per me. Mi piace ricevere stimoli e suggerimenti per le mie letture, mi è necessario sbirciare il mercato editoriale, con le sue tendenze e i suoi cambiamenti di rotta; mi interessa capire cosa si legge per ora, e perché, e per quanto lo si continuerà a fare, e che cosa i lettori cercano e non trovano in mezzo all’enorme quantità di libri in circolazione.

Mi piace quasi tutto, dei Fdgsdal: tranne quando qualcuno chiede Cosa posso regalare a mio figlio/cugino/fratello/marito che non ama la lettura? Lì perdo lucidità e faccio emergere il lato rissoso che è in me: perché, accidenti, non capisco cosa impedisca di regalare un disco, o una cena, o una felpa, o un tocco di fumo, o qualsiasi cosa piaccia a chi la riceverà. Perché regalare un libro a chi non legge? Per istruirlo, per farlo sentire a disagio, per annoiarlo, per sentirsi superiori? È come se a me regalassero un abbonamento allo stadio, o una tessera per la piscina. Il massimo dell’ilarità, mista a una punta di sconforto, la provo quando si tratta di consigliare libri da regalare a un bambino o a un adolescente che non legge: è lì che vengono fuori i sempreverdi Cuore, Pattini d’argento, Il piccolo principe, Il gabbiano Jonathan Livingstone. Ho provato a suggerire, per un adolescente, Zerocalcare: mi è stato detto che è diseducativo e troppo forte, come tematiche e ambientazione, per un giovane uomo alle soglie dell’età adulta. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me e del mio amore per i libri, se da adolescente mi avessero proposto Piccole donne e impedito di leggere Treno di panna, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, D’amore e ombra, Tsugumi; forse sarei meno sboccata, o semplicemente più annoiata, o avrei altri hobby. Forse andrei allo stadio, o saprei usare l’ombretto e l’eyeliner. Sarei stata diversa, questo è sicuro: chissà in quale maniera, però.

Da mesi leggo poco: temevo di aver perso la mia fame di storie ed ero piuttosto triste; poi mi è capitato tra le mani Country dark di Chris Offutt e tutto si è risolto; non leggevo da molti mesi un libro così bello: crudo, grezzo, scabro, scintillante; è la storia di Tucker, che vive in Kentucky, ha combattuto in Corea, ama i boschi e la sua famiglia, ha sangue freddo e sa cosa vuole. L’ho letto in una notte e un giorno e una notte, e sono ancora senza fiato. È semplicemente stupendo.

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Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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