Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Pro e contro dell’estate.

Nessuno si lamenta per il freddo, la pioggia, il ghiaccio sulle strade, le scarpe bagnate o i guanti perduti.
Tutti si lamentano per il caldo.

Una magliettina, un paio di pantaloni e dei sandali bastano per andare in ufficio.
Quella magliettina sarà zuppa di sudore prima ancora di arrivare in ufficio.

Il bucato steso in balcone si asciuga rapidamente.
Bisogna lavare ogni indumento indossato per più di mezz’ora.

Gli orti traboccano di verdure gustose.
Gli amici, proprietari dei suddetti orti, regalano mazzi di verdure che devono essere lavate e cucinate.

Bastano due pomodori e un filone di pane per azzizzare un pranzo.
Non si possono mangiare solo pane e pomodori per tre mesi di fila e accendere il fornello comporta una sofferenza fisica considerevole.

Le scuole sono chiuse e le strade sono sgombre: per attraversare la città bastano pochi minuti.
Gli automobilisti rimasti in città, accecati dal caldo e dal livore verso chi è al mare, guidano come se non ci fosse un domani.

In tv trasmettono TecheTecheTè e film antichi al posto degli insulsi programmi del pomeriggio.
Sono sempre gli stessi film antichi e a TecheTecheTè c’è sempre e solo Paolo Panelli.

Vengono pubblicati molti gialli.
Molti di quei gialli sono brutti.

Chi vuole, può andare a mare.
Chi non vuole, subirà molte volte al giorno la domanda perché non vai a mare?

Tutti sudano, non solo io.
Io sudo comunque più degli altri.

Posso dire scusi, non le do la mano, sono troppo sudata lanciando uno sguardo di complicità all’interlocutore.
L’interlocutore risponderà lo sono anch’io, non fa niente, costringendomi a una stretta tra due merluzzi appena scongelati al microonde.

Si possono rimandare molti impegni di lavoro dicendo rimarremo chiusi fino a dopo Ferragosto.
Dopo Ferragosto ci sarà una valanga di lavoro arretrato da recuperare.

Si può stare in terrazza a leggere e bere limonata fino a molto tardi.
Si deve comunque rientrare nella casa bollente per andare a dormire.

La scusa del caldo si può utilizzare per non fare nulla tra le 14 e le 18.
Dopo le 18 ci sarà comunque ancora molto caldo.

Penso che le canottiere scollate mi facciano sembrare graziosa.
In realtà nessuno è grazioso quando è ricoperto di sudore.

Posso ignorare il posteggiatore adducendo la scusa del caldo per non dargli retta.
Attraversare piazza Magione sotto il sole è un’esperienza pericolosa quasi quanto un safari nella giungla.

Si bevono litri di Estathè con la scusa di reintegrare i liquidi persi.
Io bevo sempre litri di Estathè.

In questi giorni torridi mi sta facendo compagnia La vita sessuale dei nostri antenati di Bianca Pitzorno: interessante e molto ben scritto, ma anche interminabile.

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