Complimenti a noi.

Sono una persona tradizionalista, si sa: mi piace fare l’albero di Natale, mi piacciono i bambini ben educati e gli adulti cortesi e rispettosi, che salutano quando arrivano e quando vanno via e non alzano la voce per sovrastare gli altri, non si tolgono le scarpe sotto il tavolo al ristorante e non danno del tu al cameriere o al cassiere del supermercato, specialmente se è, il cameriere o il cassiere, un uomo di mezza età, stempiato e probabilmente nonno; se mi invitano a un pranzo non mi siedo prima della padrona di casa, se busso a una porta aspetto che mi si dica “avanti”, se ho sonno cerco di non sbadigliare sonoramente in faccia a chi mi circonda. Sono tradizionalista, dicevo: e quindi mi piace molto festeggiare il giorno in cui io e la mia bella ci siamo scelte. Mi piace ricordare quel periodo, quando febbraio improvvisamente era diventato primavera, e c’era caldo – oddio, non proprio caldo, diciamo molto tepore – e andavamo a passeggiare in spiaggia nel pomeriggio, e poi io studiavo di sera fino a tardi ed ero molto contenta. In quel periodo stavo dando i primi esami all’università, e mi sembrava di avere davanti un mondo pieno di possibilità e occasioni, e tra queste possibilità e occasioni non c’erano quelle che poi ho realmente avuto, ma ce n’erano altre che mi sembravano parecchio attraenti; ero magretta e portavo i capelli sciolti, avevo preso da poco la patente e mi sembrava che non sarei mai potuta essere più felice di così: e invece poi ho scoperto che potevo essere molto, molto più felice.

La maggior parte dei miei coetanei esibisce un palese fastidio per gli anniversari: non ricordano quando cada il proprio; non ipotizzano nemmeno di scambiarsi regali o fiori col proprio partner; al limite, possono cogliere l’occasione per andare a mangiare qualcosa fuori. Non sanno cosa si perdono: perché un anniversario, a parte l’evidente e non trascurabile retroscena mangereccio, è un momento di enorme gratificazione: quello in cui pensi che, se l’altra persona ti si carica da tutto quel tempo, evidentemente qualcosa di buono in te c’è; che sia l’allegria nell’affrontare i piccoli impirugghi quotidiani o la capacità di preparare buoni dolci, che sia la resistenza alla noia o l’abilità nel reinventarsi, che sia l’arte di sorridere di fronte a un piccolo guaio o la forza nel sostenere l’altro quando il guaio è molto grosso, c’è un lato del tuo carattere che l’altro ama più di quanto provi fastidio per tutti gli altri: quelli che ti fanno essere scorbutico al mattino, silenzioso e insofferente al pomeriggio, aggressivo quando sei stanco, sprezzante quando hai paura. È il momento in cui ti dici che vai bene così come sei: e che sì, è vero, potresti impegnarti di più nel non lasciare calzini sozzi in giro e nel rispondere senza sarcasmo a una domanda che ti è già stata posta mille volte: ma, per oggi, pace: vai bene così e basta.

Quando sentono che io e la mia bella stiamo insieme da tanto, di solito le persone ci dicono che siamo fortunate: ed è vero, accidenti, lo siamo: perché ci siamo trovate, e ci siamo trovate in un momento in cui entrambe eravamo abbastanza mature e consapevoli per iniziare una storia; ma siamo anche state molto brave: perché siamo riuscite a crescere insieme, a tenerci strette quando i problemi erano molti e grossi, a non prevaricarci troppo, a fare ognuna un passo verso l’altra per camminare insieme. A diventare come i nostri due gelsomini: che si abbracciano e si fanno omrba a vicenda quando il sole è troppo forte, ma che restano comunque sé stessi, ognuno col suo speciale, dolcissimo profumo.
Buon anniversario, amore.
Dato che la app di RaiPlay radio funziona di nuovo, sto ascoltando la bravissima Anna Bonaiuto che legge Caro Michele di Natalia Ginzburg; lo avevo letto molti anni fa e lo ricordavo poco, ma ha la bellezza semplice e pulita e struggente della sua scrittura, al servizio di una storia in cui c’è tanto amore, ma è così ridondante e confuso e silenzioso e gridato da diventare un grosso nodo di non-amore.

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Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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Cose che vorrei per Natale.

NataleUn pinguino domestico, ma quello lo chiedo ogni anno e ormai mi sono rassegnata; in sua vece, una volpe, purché sia mansueta e con la coda molto folta per scaldarmi i piedi in inverno: o anche un leprotto, un anatroccolo o un asino da chiamare Biagio.

Qualcuno che mi racconti qualcosa di Ife che non so: una frase che ha detto, un pensiero che lo ha attraversato, la sua città d’origine.

Qualcosa di molto buono da mangiare: che sappia di patatine e biscotti e cioccolato e pizza grondante gorgonzola e risotto ai funghi e panino con bresaola e brie, ma con l’apporto calorico di un centrifugato di cetriolo, le vitamine di un’insalata di carciofi e le proteine di un etto di fesa di tacchino.

Riuscire a riprodurre il brodo di pollo che preparava mia nonna, senza nessuno a indicarmi la ricetta.

Una giornata sui gonfiabili: interi castelli multicolori da scalare a balzelloni e nessuno che mi guardi con raccapriccio perché fuori età e fuori limiti di altezza. In mancanza di meglio, anche una discesa in scivolo: ma dovrebbe essere quello della mia infanzia, che stava accanto all’ingresso del Giardino Inglese e faceva una o due curve e mi sembrava enorme.

Avere il sangue freddo di rispondere per le rime a chi critica il mio pranzo, la mia forma fisica, il mio abbigliamento o le mie scelte di vita.

Tanti buoni consigli: libri e film imperdibili, dischi che mi faranno perdere la testa, ma anche consigli generici, random, tipo Allaccia le scarpe quando esci o Non pulire il fornello quando è ancora acceso o Ricordati di essere tu a fare gli auguri alle persone più anziane.

Sorridere, alzare le spalle e ignorare i commenti sgradevoli, le frecciatine acide, le persone che parlano come se non fossi nella stessa stanza: ma sorridere, alzare le spalle e ignorare veramente, e non sorridere, alzare le spalle e rimanerci molto male.

Tanti limoni dal nostro albero, tanti gelsomini turgidi e profumati dalla nostra pianta: la sensazione che una piccola parte di mondo, un frammento minimo di natura viva anche grazie alle nostre cure, alle erbacce che tiro via la mattina anche se sono in ritardo per andare al lavoro, all’acqua che distribuisco con premura in estate, quando c’è una sciroccata che brucia le foglie delle piante e le fa accartocciare in meno di mezz’ora.

Non aver fastidio guidando in autostrada.

Avere il tempo e lo spazio mentale per leggere un po’ di più, con più coerenza e meno distrazione: portare a termine i romanzi che mi piacciono in pochi giorni, e non continuare a tirarmeli dietro per settimane quando so bene che mancano solo poche pagine alla fine.

Fare almeno un bagno a mare, quest’estate.

Riuscire a non sentirmi in colpa perché la mia giornata ha un numero di ore finito e non riesco a cacciarci dentro tutto quello che vorrei: una passeggiata mano nella mano con la mia bella, tre-quattro capitoli del nuovo giallo scandinavo, una telefonata di lavoro, una mano d’aiuto ai miei genitori, una pipì al volo con Nando, due chiacchiere con un’amica, un caffè al bar.

Che le persone che porto nel cuore siano felici.

In questi giorni, il sito di Ad alta voce ha subito un massiccio e assolutamente necessario restyling, alla fine del quale ho temuo di non essere più in grado di scaricare i podcast. Ho scritto alla pagina Fb e alla sezione customer care del sito senza alcuna soluzione; poi ho provato a chiedere aiuto su un gruppo per lettori: e lì, al netto di qualche idiozia, sono riuscita a venirne a capo. Ho scaricato la app Raiplay Radio, che è molto funzionale e dalla grafica pratica e accattivante, e adesso ho di nuovo i miei podcast, insieme a tanti altri che nel tempo erano stati rimossi. La funzionalità è identica a quella di Audible, ma è gratis. What else?

 

 

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