Stanchezza.

L'immagine è di avogado6In questi giorni sono stanca: ma non di quella stanchezza dolciastra e malinconica e piacevole di quando si va a camminare nel bosco, e si torna la sera con i piedi dolenti nelle scarpe da trekking e si fa una doccia bollente per sciogliere i muscoli della schiena, né dello sfinimento di chi ha fatto qualcosa di faticoso fisicamente, spostare mobili togliere il secco dal gelsomino potare le magnolie – quelle attività che sfiancano il corpo e svuotano la mente -, né dell’estenuazione di chi ha portato a compimento qualcosa di difficile e molto bello e alla fine sospira soddisfatto: no, sono stanca in maniera che non saprei spiegare, di una stanchezza spessa e grigia e ombrosa e pesante, una grossa trapunta imbottita che copre e ottunde, che cancella i pensieri e ingarbuglia le parole e non fa capire i messaggi vocali della Fra’.

In questi giorni sono stanca perché devo lavorare – e voglio farlo, cioè, è giusto e sano e necessario e potenzialmente soddisfacente farlo – ma mi sembra di non saperlo fare: perché sono una persona tendenzialmente insicura e pavida, un criceto che vibra senza ritegno appena esce dalla gabbia, che trema della propria ombra e mangia compulsivamente semi di girasole; sono stanca perché non so con chi confrontarmi, perché non capisco se sto facendo bene, perché mi sento carica di responsabilità e di aspettative: e mi rintano nel pensiero magico-ossessivo, e cerco vie traverse per uscirne e non le trovo, e mi avvilisco e non dormo e lagno, e mando messaggi agli amici in cui mi lamento e chiedo consigli e non capisco i consigli e costringo a ripetermi le cose tre volte, e piango molto. E sono stanca.

Sei esaurita, mi ha detto Mohamed: e per lui “esaurito” è chiunque si mostri nervoso, scontroso, poco incline ad ascoltare i suoi brontolii o ad accarezzare la gatta Shiva. Lui stesso, nella sua visione del mondo, è sempre esaurito: perché ci sono sempre problemi, e altri problemi che si incastrano sui primi, e via così in uno shangai di problemi – sì, shangai, quel gioco da tavolo snervante coi bastoncini da tirare via – in cui, se cerchi di trovare una soluzione per qualcosa, fai crollare miseramente tutto. Sono esaurita, ho detto io a Ste: Sono esaurita come dice Mohamed, e non so che fare. E Ste, che è Ste e che sa dire le parole giuste al momento giusto, mi ha detto Secondo me ti senti sola, ricostruisci la vecchia squadra: e la vecchia squadra è il mio gruppo di volontari-da-festival, ragazze e ragazzi in gamba che ho formato in anni di lavoro insieme. Stoici esseri umani che mi sopportano da quattro, cinque, sei festival, come solo i miei genitori e Ste: che sanno cosa dire per calmarmi, che sono rapidi e silenziosi e operativi e sempre sul pezzo, che mi stanno accanto con dolcezza e occhi luccicanti, che mi stringono una spalla o mi portano da mangiare se vedono che sto per crollare, che almeno una volta, a turno, hanno asciugato le mie lacrime. Ricostruisci la vecchia squadra, ha detto dunque Ste: e io ho detto No, non vorranno mai, e poi li ho cercati a uno a uno. E mi hanno risposto Sì, e Io per te ci sono sempre, e Grazie di avermi chiamato, e Conta su di me, e una cascata di cuoricini e faccine e nomignoli, e la vecchia squadra era di nuovo in piedi: e anche io ero di nuovo in piedi, perché improvvisamente non ero più sola. E tutta la stanchezza che c’era prima c’è ancora: ma ci sono anche i sorrisi e le risate di gola e la promessa di una birra tutti insieme – per me una LemonSoda, eh – e di giorni frenetici ma divertenti, e la mia commozione alle loro risposte, vera, patetica e démodé come tutto ciò che mi riguarda, ma profondamente, dannatamente vera. E insieme, la voglia di non deluderli: perché loro sono sempre pronti a gettare il cuore oltre l’ostacolo per me, e io non voglio che si pentano mai di averlo fatto.

[Questo post è per Ale e Gabri e Giorgia, che non lo leggeranno mai perché non conoscono l’esistenza di questo blog: che il vostro futuro sia degno di voi, ragazzi; meritate solo il meglio].
L’immagine è dell’artista avogado6.

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