Siamo quel che mangiamo (e non solo)

Il caldo mi rende intollerante. Mi infastidisce il semi-labrador che abbaia al nulla assoluto dietro una siepe, alla sua ciotola piena di biscotti, a macchine motorini cani passeggini persone con valigia carrelli della spesa, mi indispettiscono i giornali pieni di notizie-poco-importanti sulla vita sentimentale di una nuotatrice ricca e tatuata e dalla parlata blesa, mi irritano la coda alla posta e le commesse che masticano gomma a bocca aperta e tentano di decidere se andare a Formentera o a Malaga invece di farmi pagare mentre mi molleggio su un piede e sull’altro e rumino fastidio rabbia tensione. Il caldo mi rende nervosa, scontenta e inquieta. Ne sono cosciente. Però ci sono discussioni che scatenano i lati peggiori del mio carattere, rendendomi sarcastica e tagliente, poco incline all’ascolto e alla comprensione: è quando si tenta di offendere il buon senso e l’intelligenza di qualcun altro. Ecco, questo proprio non lo sopporto.
In questi giorni mi sono trovata invischiata in una conversazione sciocca e inconcludente sull’annosa questione se i soldi facciano o meno la felicità. Ovvietà a parte, si è arrivati al nodo cruciale: l’indigenza è l’unica strada per la serenità e il benessere morale? Io non penso che lo sia. Credo che solo una persona più che benestante lo possa affermare, sentendosi fiera di sé per la propria magnanimità e dandosi virtuali pacche sulle spalle nel silenzio ovattato e imbottito della propria sicurezza. Penso sia un modo per scaricarci
la coscienza, immaginare la favola del povero felice della sua condizione, una maniera grossolana e ipocrita di misurare l’altro con un metro diverso da quello che usiamo per valutare la nostra vita. I soldi non fanno la felicità, ma possono darci la sicurezza, la libertà, i mezzi e le possibilità per scegliere come costruire il nostro futuro. Siamo quel che mangiamo, e soprattutto siamo quello che abbiamo avuto modo di conoscere, provare, apprezzare o abbandonare. Non esalto la ricchezza, ma penso che la felicità risieda in buona parte nella possibilità di scegliere: cosa mangiare, cosa leggere, come nutrire il proprio spirito. Un paio di anni fa, al Teatro Massimo di Palermo, sono andata a sentire Lorin Maazel che dirigeva la Qatar Philharmonic Orchestra nella I di Mahler, il Titano; ho preso un biglietto per un posto in loggione, ho speso dieci euro, mi sono beata di un concerto emozionante, intenso e coinvolgente come pochi in vita mia. Ho speso poco, scegliendo accuratamente come fare per non sprecare un euro in più: però ho avuto la possibilità di utilizzare quei soldi per qualcosa di superfluo, non-necessario, ma che in quel momento mi serviva a star bene. Ecco, per me non si può essere felici senza l’indispensabile e senza quel po’ di superfluo che ci serve a sorridere, ad essere consapevoli e informati; senza un giornale, senza un libro, magari preso a una bancarella come quell’edizione di Guerra e pace in tre volumi rilegati in finta pelle che ho preso a cinque euro a un mercatino e che so che leggerò, un giorno. O almeno ci spero.

In questo periodo si parla spesso di cibo povero. Molte ricette siciliane sono basate su ingredienti poco costosi ma che, freschi e ben trattati, sono sani e gustosi. Un classico sono le sarde a beccafico: aperte a libretto, eviscerate e ben pulite, riempite di una farcia fatta con pangrattato tostato con un filo d’olio, uvetta, pinoli, prezzemolo, un po’ di zucchero, arrotolate e cotte al forno, intervallate da foglie di alloro. Una vera chicca.

http://youtu.be/GWASaebFhUA

8 thoughts on “Siamo quel che mangiamo (e non solo)

  1. Sono d’accordo su tutto, perfino sulle virgole, e condivido il fastidio delle infinite discussioni sul nulla assoluto che sembra la sola cosa interessante per tantissime persone. Altrimenti non mi spiego il perché ce le propinino perfino nei tg…

    1. grazie… bah, penso che parlare del nulla sia più comodo di discutere su qualcosa, soprattutto se quel qualcosa è allarmante o poco comprensibile

  2. sì, sono d’accordo con te.
    il problema di chi riesce a raggiungere un pò di benessere é, credo, restare collegati con la realtà, conservare o recuperare l’umanità e saper guardare la vita dal punto di vista giusto, quello che non emargina nessuno…non é facile. forse é una dote.
    spero di avere le uvette….vado a vedere..:-)

    1. non emarginare nessuno, non fare sentire colpevole né sbaglaito. be’, sì, penso sia molto difficile.
      quali uvette si usano da te? l’uva sultanina dorata? per questa ricetta, in realtà, servirebbe quella scura (da noi nota come passolina nera), con cicchi molto piccoli dal sapore deciso. dai, prova questa ricetta, è uno dei sapori della mia infanzia!

  3. mai mangiate le sarde a beccafico, ma l’ altra sera, in un self service appena aperto (12,90 €, sotto un tendone, con tavoli e panche da festa dell’ ex unità, in compagnia del rombo degli usciti dall’ autostrada) ho assaggiato e poi divorato le sarde alla calabrese, con profumo di agrumi e uvetta… sì, proprio io che odio l’ agrodolce e le avevo tenute per ultime, se avevo ancora fame. non c’ erano le zucchine, ma che buone!
    per il resto, che posso dire? faccio parte di quei fortunati che possono permettersi tanto, almeno per adesso. la mia spesa più grande sono i libri, il resto per fortuna, non lo devo centellinare. è vero che abbiamo gusti poco dispendiosi, usciamo poco, ci vestiamo al mercato, in compenso spendiamo capitali, e fra un po’ sarà anche peggio, in farmacia. non ho mai fatto i conti a fine mese, ma ci siamo sempre arrivati. perciò non so se i soldi fanno la felicità. in questi giorni felice non sono, sono preoccupata e impaurita. sicuramente, se non la felicità, aiutano la serenità.
    dio quanto sono banale!

    1. tu, banale?! non è affatto vero. e mi dispiace molto tu sia infelice e impaurita. quanto alle sarde alla calabrese, mai assaggiate. sei riuscita a ricostruire la ricetta? provaci, ti prego, le sarde (meglio ancora, le alici) sono uno dei miei ingredienti preferiti: versatili, sane, a buon mercato. bacio!

  4. non viviamo pù di baratto, dunque la serenità si misura anche su queste basi. non credo che sia il cittadino medio a doversi sentire in colpa per un benessere acquisito con il proprio lavoro e una vita vissuta restando saldi ai propri principi.
    chi davvero dovrebbe riflettere sulle prorie ricchezze, non lo fa.

    maria la questione delle uvette mi spiazza! non avevo idea che ce ne fossero di diversi tipi!
    ricordo che mia nonna ne appendeva sempre diversi grappoli per poi offrirceli il 31 dicembre come buon augurio. uvette fatte in casa 🙂

    1. neanche io credo ci si debba sentire in colpa. mi dà molto fastidio, però, la retorica del povero felice, degna dei peggiori riccastri e furbetti. quanto alle uvette, qua si trova molto facilmente la passolina nera, meno frequente è quella bionda. si tratta sempre di uva sultanina, è solo un problema di tempi più lunghi di essiccamento. l’uvetta è il 31 dicembre è un classico, come buon augurio, ma quella fatta in casa non l’ho provata mai… immagino che fosse deliziosa

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