Siamo ciò che mangiamo?

Sono stata una neonata cicciottella; a sei mesi vestivo taglia due anni e mia madre, specializzata in malattie del ricambio e dal fisico invidiabilmente filiforme, pronosticò per me un futuro da diabetica, se la tendenza non fosse stata invertita immediatamente. Credo di essere stata la prima lattante cui fu imposta una dieta dimagrante: niente miele, niente biscotti plasmon, niente fruttoli; poca pastina, pochi formaggini e tonnellate di cibo sano preparato da mia madre tra un turno di guardia e l’altro: passati di verdure, pappe a base di riso, carne e pesce al vapore. Sono diventata una bambina tendenzialmente magretta: appassionata di ginnastica artistica mangiavo molto, nutrita con pasti da minatore dalle mie nonne, ma consumavo moltissimo, tra allenamenti in palestra e continui zampettii in casa; facevo ruote e spaccate e verticali ovunque: una volta pure nello studio del dentista, che rimase esterrefatto trovandomi a testa in giù in sala d’attesa. Crescendo (e sfasciandomi più volte i piedi) ho abbandonato l’esercizio fisico: ma non la cucina delle nonne, né l’abitudine di ingurgitare cioccolato e frutta secca dopo cena, e neppure l’amore per pizza e patatine fritte; se a sedici anni questo non si notava molto, complice anche un abbigliamento fatto solo di maglioni enormi, jeans sformati e anfibi, a trentatrè è diventato indiscutibilmente un problema. Per questo, terrorizzata dalla prospettiva di beveroni proteici e centrifugati di sedano e cetriolo, mi sono ottusamente rifiutata di vedere un dietologo; credo che su questa scelta abbia influito anche una traumatica serata con una vecchia amica che ha trascorso tre ore a raccontarmi la sua odissea per perdere qualche chilo: tra chi le chiedeva di mangiare soltanto grissini e chi le imponeva incongrue spaghettate a mezzanotte, si sentiva felice di averne trovata una che le aveva inflitto un regime a suo dire piacevole. Mi aveva mostrato il planning dei pasti per la settimana e il morale mi era sceso sotto i tacchi. Ho scelto di tentare, quindi, una specie di via di mezzo tra lo sbraco alimentare assoluto e la dieta bellica a base di zucchine grigliate senza olio né sale: non mi sarei privata di nulla (a meno che non fosse qualcosa di veramente troppo deleterio), ma avrei ridotto drasticamente le porzioni e compensato gli strappi con giornate dedicate al cibo sano, nutriente e poco calorico.

Con il sostegno della mia bella, che mangia sobriamente e non si lamenta della dieta noiosa che le propino, e con qualche aiuto dai miei genitori, che mi forniscono random cime di rapa bollite, cavoletti di Bruxelles, taccole e che per Natale mi hanno regalato una meravigliosa vaporiera, adesso le cose vanno meglio. Ho scoperto che l’insalata con poco olio va bene uguale e che come pasto da ufficio, abbinata a una mozzarellina e a un bocconcino, è comoda e abbastanza soddisfacente; il passato di verdure, che ricordavo come un incubo infantile, con zucchine e carote e un po’ di spinaci non è niente male, soprattutto con curry e curcuma a dare sapore. Un bel piatto di lenticchie coi broccoli, d’inverno, è perfetto per riprendere calore, e i carciofi crudi saziano e sono croccanti e gustosi. Perderei volentieri un altro paio di chili, ma anche così sono contenta: soprattutto, sono contenta di aver dimostrato a me stessa di essere capace di avere un minimo di costanza per raggiungere un obiettivo a cui tengo.

Anche se mangio pochi dolci, è l’ultimo fine settimana di carnevale ed è tempo di chiacchiere; al forno sono più buone che fritte, e qua le vendono guarnite di crema al pistacchio: indiscutibilmente deliziose.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *