Si fa presto a dire memoria.

Stamattina, il non-più-ottuagenario ha telefonato in orario antelucano e in preda all’agitazione: ansimando rumorosamente, (si) chiedeva dove fosse finita sua moglie, come mai non fosse nel letto accanto a lui e come fosse possibile che, sebbene l’avesse chiamata a gran voce più volte, non riuscisse a trovarla. Con delicatezza abbiamo tentato di spiegargli che stesse tranquillo, nessuno aveva rapito la nonna nella notte né lei era scappata col salumiere all’angolo: semplicemente, aveva dimenticato che è morta da molti anni. Qualche giorno fa, invece, ho telefonato per lavoro a un vecchio compagno di scuola, con cui avevo condiviso attività pomeridiane, pasti a base di insipidi panini al prosciutto e barrette al cioccolato, un viaggio in Toscana, ore e ore di discussioni e battibecchi; per quanto mi sia sforzata – ma dai, ero quella bassa e rotondetta con le lentiggini e i capelli lunghi, quella che ti prendeva in giro per le tue idee politiche e le tue orecchie sproporzionate -, non sono riuscita a fargli capire chi fossi: anche lui, con assoluta semplicità, aveva dimenticato. A parte la pena per il nonno e l’ingiustificata irritazione per il compagno dalla memoria labile, mi sono chiesta: quanto cose abbiamo scordato? Di quante persone non ricordo il nome, di quanti libri mi è rimasta solo un’idea di massima, di quante conversazioni ho solo una vaga e nebulosa reminiscenza?

Quando ero più piccola, pensavo che ricordare fosse l’unico modo per non ripetere gli errori, per non continuare a pestare il filo elettrificato come la zampetta di un topolino nel labirinto. Rileggevo ossessivamente gli stessi libri, ripassavo frasi e commenti, cercavo di mandare a memoria sfilze di nomi: tutti gli elementi della tavola periodica, l’elenco alfabetico del registro di classe, la corretta successione dei romanzi di Rex Stout. Tutte le tappe del Diario in Bolivia di Che Guevara, tutte le traverse di via Libertà sulla destra, tutte le fermate dell’autobus che da casa mia portava al mare. I nomi dei morti per il terremoto di San Giuliano, i visi di tutti gli appartenenti alla Confraternita Maria Santissima Assunta, tutte le parole della Supplica alla Madonna di Pompei, tutte le partite vinte dall’Inter nel campionato in corso. A cosa mi è servito? A niente, immagino: perché non è solo ricordare, che serve a far sì che le cose non capitino più: ma è necessario capire, introiettare, digerire; imparare, cambiare, agire. Adesso, mi limito a cercare di ricordare tutto quello che mi farebbe troppo soffrire pensare di perdere: tutte le espressioni di Ife, il tono della voce di Mirò quando ululava di gioia; i suoi primi giorni con me, l’ultima volta in cui mi ha scodinzolato, la sua espressione felice quando passeggiavamo al sole, io terrorizzata, lui sorridente e fiero, sicuro di sé. Ife che si carezzava i capelli prima di venirmi incontro, le nonne che pulivano i carciofi, in piedi davanti al lavello, o che parlavano fitto fitto, sedute su due sdraio gemelle in giardino. Il non-più-ottuagenario quando, ancora sereno e tronfio, mi chiedeva di mettere due dita sulla piega del suo gomito, ché me le avrebbe schiacciate gonfiando il bicipite. Perderò anche questi ricordi, lo so: ma una parte di me vuole credere che rimarranno, ben nascosti, in una tasca del mio cuore.

Per cercare di capire episodi che ricordo molto poco, sono alla ricerca di libri che parlino della guerra in Bosnia-Erzegovina; ho appena finito Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, ed è interessante, scrupoloso e scorrevole. Consigliato a chi desidera ricordare, comprendere, costruirsi un’opinione.

Infine, un ‘piatto della memoria’ sono gli spiedini fritti che preparava una delle mie nonne, tantissimi anni fa: alternava su uno spiedo di legno polpettine di carne trita condita con uovo, parmiggiano, sale e pepe, fettine di salame, cubetti di pane e pezzetti di formaggio stagionato. Gli spiedini, una volta confezionati, venivano passati in uovo sbattuto e pangrattato e fritti: non proprio leggeri, è vero, ma gustosissimi.

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