Sensi di colpa.

Anche se il lockdown è finito ormai da tempo e a Palermo la fase 3 ha coinciso con un generico e indistinto liberi tutti in cui le mascherine sono ormai un lontano ricordo e le persone hanno ricominciato a chiamarsi Cumpa’, darsi amichevoli pacche sulle spalle e finte strizzate ai testicoli e salutarsi schioccando sonori baci sulle guance, Ste ed io continuiamo a mantenere il nostro consueto basso profilo: di fatto, spacciandola per comportamento difensivo anti-Covid, facciamo la stessa vita di sempre, alternando qualche passeggiata in luoghi aperti con sacchetto del pranzo al seguito a frenetiche serate sul divano guardando serie tv con Anastasia e commentando i post del Signor Distruggere sulla chat cazzeggio&supporto morale.

Tra le attività che per noi sono ancora sospese – mangiare un gelato fuori, prendere il caffè al bar, usare l’ascensore – ci sono le visite agli amici: per questo, non vediamo Mohamed da febbraio. Nell’ultimo periodo, complice anche un guasto al suo telefono, ci siamo sentiti poco: lo chiamavo parecchie volte al giorno e scattava sempre la segreteria, e io provavo un misto di ansia, frustrazione e vago, colpevole sollievo, perché temevo il momento in cui avremmo parlato. Mohamed, infatti, è un esperto instillatore di sensi di colpa, e con me ha gioco facilissimo: io sono portata all’intenerimento immotivato, alla tristezza senza fondo e al sentirmi sempre responsabile dei problemi altrui. Paventavo una lunghissima telefonata – Mohamed non concepisce chiacchierate che durino meno di mezz’ora – all’insegna della lamentela per la nostra prolungata e ingiustificata assenza dal compound. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi ha risposto: e come sempre ha gridato Pronto, pronto, ma chi parla?!, e visto che sente poco, anche se non vuole ammetterlo, e urla molto, sovrastava la mia voce con la sua e non riusciva a capire chi fossi. Poi, finalmente, l’illuminazione: Disgraziata!, mi ha strepitato nelle orecchie, Ma dove eri finita? Come stai, che fai?, ma rideva molto e ho capito che non era arrabbiato. Come sta la mamma?, mi ha chiesto immediatamente: e io gli ho spiegato che sta bene, ma che come sempre sono molto preoccupata per lei, perché è immunodepressa, e c’è ancora il virus in giro, e la gente non si comporta con scrupolo, e sono terribilmente in ansia: e Aiutami, Moha, sono in crisi, che devo fare? E lui, che è solitamente malmostoso e pessimista ma che ha un’enorme capacità di empatia, Non preoccuparti, mi ha detto, Vedrai che si sistema tutto. Poi mi ha raccontato dei due gattini nuovi, di Biagio Conte che fa lo sciopero della fame, di una manciata di comuni amici, con dovizia di pettegolezzi. Aspetta!, ha strillato a metà di una frase, C’è il furgone del cibo: forza, mettetevi tutti in fila, e ho capito che stava parlando con gli altri ragazzi che dormono sulle panchine intorno a lui, e Tu richiamami tra mezz’ora, devo dirti una cosa importante, ha sibilato, e questa volta parlava con me. L’ho richiamato, e abbiamo parlato ancora a lungo: di Iran, della sua famiglia, di mascherine e guanti e Covid, di vino e di panini con le melanzane fritte, di tabacco e di mal di denti, ma della cosa importante che doveva dirmi non c’è stata traccia.

Quando ormai stavamo chiacchierando da moltissimo tempo ed era ora, per me, di preparare la cena, e per lui di accendere la torcia a manovella ed entrare nella tenda, Devo andare, Moha, gli ho detto; E noi quando ci vediamo?, mi ha subito interrotta: ma poi Quando te la sentirai, non preoccuparti, tanto io ti aspetto, ha concluso. E io non ho saputo più cosa rispondere.

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