Sapore di libertà

Ho letto da poco una notizia che mi ha riempita di tenerezza, mi ha fatto sorridere mestamente e scuotere la testa, e pensare; in un carcere degli Stati Uniti un gruppo di padri detenuti è stato registrato mentre leggeva delle favole da far ascoltare ai bambini, la sera. Ognuno di loro ha scelto cosa raccontare ai propri figli, ha deciso come modulare la voce, su quali messaggi puntare; ha intervallato il testo con spunti e consigli, lo ha cantato o recitato, ha fatto le voci divertenti e un po’ spaventose che piacciono tanto a chi ancora va all’asilo, e si sente già grande ma nel lettino vuole almeno un orsetto, e a cena fa i capricci perché non vuole la mela, e il papà lo sa e approfitta di un punto e a capo per dire ricordati di mangiare la frutta, e non fare disperare la mamma, per favore, e dormi tranquillo che papà ti pensa, anche stasera, anche domani, sempre. Mi ha fatto sciogliere, l’idea di questi uomini stanchi e soli e arrabbiati, frustrati, rassegnati o carichi di ansia e noia e tristezza, che leggono sottovoce per accompagnare i loro bambini, per mano, tra i sogni.

Provo dolore, quando sento di un altro detenuto che, in Italia, ha pensato di farla finita. Ognuna di queste morti è un fallimento per ciascuno di noi, noi che possiamo cambiare stanza quando ci va, che possiamo scegliere cosa mangiare, quando leggere, fino a che ora dormire, noi che se pensiamo che qualcuno ci stia antipatico possiamo liberamente non frequentarlo, noi che facciamo la doccia quando ci va, che possiamo correre sul marciapiede col semi-labrador al guinzaglio, che compriamo e scartiamo e critichiamo i regali di Natale. Noi, che il problema più grosso è cosa fare a Capodanno. Noi, che abbiamo avuto la fortuna di non delinquere. Anche la volontà, certo, ma soprattutto la fortuna di non trovarci nelle condizioni di farlo. Noi, che ci sentiamo migliori perché abbiamo avuto le opportunità per provare ad esserlo.

Ogni carcere è un mondo a parte. In tutte, però, c’è un vitto regolare e un sopravvitto, una serie di vettovagliamenti che possono essere comprati allo spaccio o portati dai familiari e cucinati su fornelletti poco pratici, poco sicuri. Pranzi confezionati usando il coperchio della lattina di pelati come mezzaluna per tritare la cipolla, perché non tutti gli utensili possono entrare nelle celle; pranzi cotti su una bomboletta da campeggio, intere mezz’ore per far bollire l’acqua, e maccheroni sempre scotti, ma tant’è. Non ho una ricetta, oggi. Niente è così gustoso da sapere di libertà.

Due libri che ho amato parlano di vita dietro le sbarre. Sono particolari, interessanti, mi hanno fatto riflettere e capire qualcosa, troppo poco, certo. Sono Le prigioni degli altri di Adriano Sofri, un uomo che racconta il carcere con pudore e delicatezza, e pensa al cane che non lo riconoscerà, dopo tutto quel tempo, fuori; e Il bacio della donna ragno, di Manuel Puig, perché per evadere da una vita di violenza e sopraffazione le parole, i racconti, ma anche il sapore del dulce de leche non saranno una soluzione, ma almeno aiutano.

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