Salvete.

Qualche giorno fa, la mia amica Ale ci ha mandato, sul nostro gruppo Whatsapp di cazzeggio&sostegno morale, un messaggio del suo professore di latino: ricordava loro di non fare tardi alla lezione online; lo ricordava, con tono piacevole e disteso, in latino. Io ho sorriso e ho scritto ad Ale e Massi e Mirella e Ste Ricordatemi che poi vi racconto della volta che ho fatto il certamen, e quindi ecco: questo è quello che mi ricordo della volta che ho fatto il certamen.

Vent’anni fa andavo a scuola, ero piuttosto brava e anche parecchio infelice; ero arrabbiata e solitaria, innamorata della persona sbagliata, sempre in conflitto con il mondo e in cerca di un angolo di serenità. Avevo poche soddisfazioni: una di queste era prendere bei voti, con assiduità e scarsa fatica.

Non avevo mai sentito parlare di certamen, in quegli anni: poi un giorno la professoressa di latino ci aveva detto che avrebbero selezionato delle persone dalle ultime classi e le avrebbero sottoposte a un test, e io ero tra quelle, e poi era venuto il bidello in classe, durante l’ora di geografia astronomica, e aveva detto La vicepreside ti vuole parlare, e io mi ero molto agitata e avevo pensato che volesse dirmi qualcosa di brutto, ma invece la vicepreside voleva dirmi che avevo passato la selezione e che, appunto, sarei andata a fare il certamen: che è una competizione di latino che si svolge ad Arpino, si chiama Certamen Ciceronianum Arpinas, ed è una discreta figata. Al certamen sono andata con la mia professoressa di latino e con un ragazzetto sconosciuto della mia scuola: un biondino serioso che disse a mia madre all’aeroporto Guardi che se vuole le dico se sua figlia fuma, e mia madre, che odia i secchioncelli e i delatori, aveva risposto M’hann ‘a accire’. Avevamo preso un aereo e poi un treno e arrivati lì ci avevano portati in un albergo enorme, e avevano detto che ci sarebbero state assegnate camere da tre, e io avevo già fatto amicizia con una ragazza pisana simpatica e il tipo della reception ci aveva detto che serviva una terza persona in camera con noi, così mi ero girata e avevo detto a nessuno in particolare Chi vuole stare in camera con noi?, e una persona mai vista aveva detto Vengo io, se mi volete: e si chiamava Alessandra, e per anni ci siamo continuate a sentire per mail e anche adesso siamo in contatto su Facebook.

Sono stati giorni folli e assurdi, quelli del certamen: e mi ricordo solo sprazzi, come lo striscione con scritto Salvete che ci accoglieva in città, o i giovani cadetti della Nunziatella in alta uniforme, o i seminaristi con le toghe, o le foto davanti alla statua di Cicerone; e giovani da tutta Europa, tantissimi, buona parte dei quali parlava fluentemente in latino: ed erano bravissimi i polacchi, i rumeni, mentre noi italiani arrancavamo. Mi ricordo il concerto di benvenuto e un uomo che chiedeva al tipo seduto accato a me se se la sentiva di assistere il pianista e girargli le pagine dello spartito: e il mio sollievo all’idea che lo avesse chiesto a lui perché, se invece lo avesse chiesto a me, non avrei saputo come fare.

Ricordo la mattina della versione, i ragazzi che venivano in aula con tre o quattro vocabolari diversi per avere più sfumature di significato, e io che avevo solo il mio fido Calonghi che era stato di mio padre e prima ancora di mia zia; e la merendina e il succo sotto il banco, perché avevamo tantissime ore per tradurre e non potevamo portare cibo da fuori. Ricordo che quella versione l’ho di certo sbagliata, non lo so: ci hanno comunicato solo i nomi dei primi dieci, e non ero tra questi, ma non me ne importava molto. E poi la festa di chiusura, e il poster che ci hanno regalato, dove c’era un lungo discorso in latino sui genitori e il rispetto degli anziani e un recente caso di cronaca nera. Ho ancora da qualche parte l’albo ufficiale e, appeso tra i miei badge del lavoro, c’è quello col mio nome e il nome della scuola che ho indossato in quei matti giorni.

È stata una delle cose più belle e assurde ed esaltanti della mia vita.

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