(R)esistere.

Venerdì scorso è morto uno dei nostri vicini; come è ovvio fare, la mia bella e io siamo andate a porgere le condoglianze alla famiglia e a chiedere se avessero bisogno di qualcosa. Il palazzo in cui viviamo da quasi quattro anni ospita trentadue appartamenti, popolati da gente prevalentemente scostante. A parte la dirimpettaia bizzarra, i vicini di appartamento dagli ottimi gusti musicali e il pavido proprietario del jack russell, non conosciamo nessuno: nessuno, se non la famiglia del poveretto morto, composta da una signora socievole e sorridente e due figlie cordiali. Il nostro ingresso nella casa dei familiari affranti, quindi, è stato silenzioso e improntato al banale frasario di circostanza: profferte di cibo e aiuto, domande sul repentino decesso, commenti sull’incredulità per l’infausto evento, blande rimostranze contro il destino cinico e baro. Siamo state accolte con abbracci e sorrisi affettuosi, e appellate costantemente come “le ragazze”, orrore che condivido sul lavoro con le mie colleghe e che mi fa pensare a programmi televisivi anni ’90 e short in denim da indossare al Coyote Ugly.
Domenica mattina, dato che le esequie non si erano ancor svolte, siamo passate di nuovo per una breve visita; la padrona di casa, dopo averci nuovamente abbracciato e baciato, supportata da una cognata che sembrava averci ben presenti (“sono loro, le ragazze del settimo piano!”), ci ha chiesto se fossimo, come evidentemente era ovvio ai suoi occhi, due studentesse universitarie fuorisede; magari, ha aggiunto la cognata, frequentavamo Scienze della formazione, che circa quindici anni fa trovava posto a qualche centinaio di metri di distanza da casa nostra. Ho risposto che no, non siamo studentesse, siamo palermitane e lavoriamo e. La visita si è sciolta tra banali commenti su come fosse insolito avere oggi un lavoro.

Auto-complimentandoci per la nostra pelle fresca e per l’aria indubbiamente giovanile (mi sono laureata, alla Specialistica, esattamente DIECI ANNI FA!), siamo andate via: la mia bella, sorridente e bendisposta verso il mondo, commentando che, appunto, siamo belle e giovanili (merito del fatto che non ci trucchiamo, of course), io bestemmiando sottovoce. Perché ciò che era sottinteso nelle parole della vicina era la considerazione che, se due donne abitano insieme, lo fanno per un motivo contingente: sono parenti (come immaginano sempre le commesse, chiedendoci con tono squillante “siete sorelle, vero?”), oppure, appunto, coinquiline (e quindi studentesse), o hanno una motivazione pratica forte che le spinge a dividere l’appartamento. Che due ultratrentenni possano vivere insieme perché lo desiderano, perché stanno insieme da un millennio, perché sono una famiglia, non è neanche preso in considerazione. Alla luce della discussione di domenica, mi sono tornate in mente le parole del pavido vicino col jack russell, che qualche settimana fa mi aveva chiesto se studiassi: e quella che mi era sembrata una semplice domanda per ammazzare il tempo in ascensore, mi sembra ora il sintomo della curiosità che attanaglia le persone del nostro palazzo, tutte intente a scoprire che cacchio facciamo insieme io e la Ste. Come la bizzarra dirimpettaia che consegna due torroncini alla mia bella dicendole “danne uno alla tua…”: non sanno neanche come definirci. Perché, semplicemente, non esistiamo.

Qualche giorno fa, a queste riflessioni (esposte sotto forma di post Fb, quindi sintetiche e arraggiate), una persona che stimo molto ha risposto chiedendomi se fosse necessariamente un male, che la gente non intuisca che siamo una coppia. Era un’ottima domanda, e mi ha fatto riflettere (e di questo ringrazio Massimo, che è una persona adorabile): e ho dedotto che il fatto che le persone non comprendano che siamo una coppia mi avvilisce, mi fa arrabbiare, mi mortifica. Perché se invece della mia bella ci fosse accanto a me un esemplare di homo sapiens maschio, non ci sarebbero ambiguità o domande; sarebbe “mio marito” o “il mio compagno”, e ci verrebbe chiesto, al limite, quando ci sposeremo o se avremo bambini. Ecco, nessuno a noi lo chiederebbe mai: perché, nell’immaginario collettivo dell’uomo comune italiano, nel 2017, “gay” è un termine che si addice a un ragazzo, meglio se vagamente effeminato, che conduce una vita dissoluta e fa il barista, il truccatore o il parrucchiere. Le lesbiche esistono, come pura astrazione, solo in qualche film: e lì o rimangono incinte del primo pene sopraggiunto nelle vicinanze o sono colpite dalla maledizione della poiana e vivono qualche lacerante tragedia, con ovvio finale lacrimevole. La categoria “donne adulte, sane di mente, che vivono insieme perché si amano” semplicemente non c’è: e io mi sento privata di un riconoscimento sociale che merito; sento che una parte della mia identità viene cancellata: perché, è inutile negarlo, dall’infanzia noi siamo (anche) quello che vediamo riflesso nell’occhio dell’altro che ci osserva. E se l’altro non registra la nostra presenza, non ci vede, anche noi in parte spariamo. E io non voglio sparire, né rispondere frasi a effetto alle commesse, né sconvolgere la moglie del povero defunto con affermazioni taglienti: vorrei semplicemente esistere, essere riconosciuta nella mia identità di persona, con una casa e un lavoro e una solida vita affettiva, e in ascensore, tutt’al più, parlare del tempo e dei lavascale, che anche stavolta hanno dimenticato il portone aperto.

Ho iniziato il 2018 leggendo un bel po’. Ho finito una raccolta di racconti De Giovanni, Le solitudini dell’anima, assolutamente dimenticabile, e ho letto quello che veniva presentato come un giallo: Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso: che partiva da un buono spunto, un cadavere trovato ai margini di un centro abitato e molte persone che lo vedono ma scelgono di non dare la notizia, per concludersi con un finale che dovrebbe essere a effetto, ma che ho trovato solo mozzo, buttato lì. Peccato, l’idea c’era, ma ci sarebbero volute cinquanta pagine in più per svilupparla.

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