Regali.

È Natale, o almeno lo era fino a ieri; è tempo di pasti abbondanti, di campanelle tintinnanti, di candele accese, di decorazioni appese alla porta di casa. È anche tempo di auguri: e allora, ecco quello che auguro alle sette persone che leggeranno questo post.

Un paio di scarpe da trekking, comode e calde, dei morbidi guanti di pile, un berretto che copra le orecchie, e una persona speciale con cui usarli visitando un paesino di montagna, in una splendida domenica di sole, con l’aria di cristallo tagliente e tu scendi dalle stelle in filodiffusione.

Una compilation di musica trash, la notte vola e material girl e cicale e mi vendo, e un manipolo di colleghe sghignazzanti con cui ballare sbevazzando prosecco in un ufficio in penombra; un capo sorridente e indulgente, che ordina la pizza e scuote la testa perplesso mentre agita le braccia al ritmo di Gloria Gaynor.

Un cd di Pino Daniele e una madre che si commuove fino alle lacrime pensando a te bambina, quando per addormentarti ti cantava la sua canzone preferita, e non si vergogna di telefonarti singhiozzando per fartela sentire.

Un albero di Natale, piccolino e poco illuminato, ma pieno di palline dorate appese con cura, e di sogni e desideri e attenzione. Un regalo da scartare la notte del 23 dicembre, in pigiama, nel freddo pungente, e una notte intera da passare strette sotto il piumone.

Un cane gioioso e grato che salta come se avesse le molle sotto le zampe e ulula a comando; la sua coda che si agita frenetica e delicata, il suo cuoricino che straripa di felicità per ogni sguardo o coccola o parola, le sue orecchie che ballonzolano buffe mentre il muso si atteggia a canefelice.

Una tazza di camomilla molto calda, dolce zuccherosa appiccicosa, da sorseggiare in cucina, la sera tardi, con pantofole calde ai piedi e una mano che stringe la tua.

Una barba enorme e bianca che non riesce a nascondere un sorriso.

Un libro scelto con cura, pensando ai gusti di chi lo riceverà. Una carta con cui impacchettare i doni, e le mani abili e accurate di chi li ha incartati, con zelo e pazienza; la mia atavica incapacità a preparare pacchetti, anche con tutto l’impegno possibile.

Un oggetto fatto a mano da chi lo dona, con passione e fatica: anche se è una marmellata di pompelmo che forse non mangerò.

Un orsetto di cioccolato, e la sensazione di calore che mi pervade lo stomaco quando vedo gli occhi e gli zigomi e gli angoli della bocca di chi me lo ha regalato.

Molti ricordi, molte parole condivise, la capacità di non dimenticare sguardi ed espressioni di coloro a cui abbiamo voluto bene: i complimenti di Ife, i richiami delle mie nonne, lo sguardo ostinato del burbero novantenne.

Questo post è dedicato a due persone a cui voglio bene e che quest’anno hanno perso una persona cara: con un abbraccio forte.

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