Quis ut Deus?, ovvero del senso di colpa durante una pandemia.

Che ci sia una pandemia in corso lo sa anche il canenando; che finora la si sia affrontata chiedendo alla popolazione di collaborare stando a casa, limitando le uscite e mettendo in atto dei comportamenti virtuosi – corretta e attenta pulizia delle mani, scrupolosità nel mantenere la distanza dalle persone con cui si viene a contatto, se possibile uso di dispositivi di protezione come mascherine e guanti – è anch’esso argomento arcinoto al pavido meticcetto giallo del mio cuore: che ne ha piene le tasche di non uscire e si aggira mogio e disfiziato tra poltrona e divano, come mi è stato documentato da un allarmante numero di video girati da mio padre e mandatimi su WhatsApp con commenti sempre più perplessi, Lo vedi?, non vuole giocare con la pallina, Hai visto?, rifiuta anche i biscotti vegani crusca&farro, Ti rendi conto?, non ha voglia neanche di portarmi le pantofole, fino al tremebondo e dolente Non mi porge più le zampe mentre lo spazzolo. Ma tant’è.

Che ci sia una pandemia, dicevo, lo sappiamo tutti. Che non tutti la stiano affrontando nella stessa maniera è evidente e scontato: c’è chi lavora e chi può rimanere a casa, c’è chi ha spazio e tempo a disposizione e chi vive in due stanze e un bagno con altre sette persone, c’è chi ha perso il lavoro e chi sa che lo perderà a breve e che non può fare nulla per evitarlo; c’è chi impasta e chi mangia, chi beve molto e chi prende ansiolitici, chi dorme tutto il pomeriggio e chi ha gli incubi, chi vede Netflix e chi litiga con la moglie, chi si preoccupa dei suoi figli e chi dei suoi nonni. C’è anche chi se ne frega, vivaddio, e chi si lamenta sempiternamente. E poi, c’è chi si sente in colpa, chi attribuisce agli altri una colpa, chi cerca un eroe da venerare e chi un capro espiatorio da additare.

Mi imbatto spesso, sui social, in post in cui ci si scusa con i bambini di averli privati, nell’ordine, del divertimento, della spensieratezza, dei giochi all’aria aperta, della scuola, della compagnia di amichetti, zii e maestre. E io non capisco: posto che è ovvio che dispiaccia, ma perché dovremmo sentirci in colpa di stare cercando di proteggere i più piccoli da una pandemia? Non li stiamo tenendo a casa per un sadico piacere, ma per non farli entrare in contatto con un virus potenzialmente letale. Alla mia domanda sul perché ci si senta in colpa, Non è di questo che ci stiamo scusando, mi è stato risposto: ma di averli messi in condizione di trovarsi in mezzo a un’epidemia di questa portata. Qui, mostrando i miei evidenti limiti, capisco ancor meno: ma perché addossarci la colpa di una malattia? Sì, probabilmente è stata gestita male, occultata e sottovalutata e ci sarà modo e tempo di comprendere chi avrebbe potuto far meglio e non lo ha fatto, per mancanza di volontà, per impreparazione, per insipienza o per dolo. Ma al di là di queste considerazioni, il Covid è, appunto, una malattia: un accidente che capita da sempre, da che mondo è mondo, e delle cui cause non sono sicuri, al momento, neanche i più titolati a parlarne. E allora, perché attribuircene una colpa? Forse che ci sia, come sempre, la tracotanza di pensare che tutto ciò che avviene sulla Terra abbia origine antropica? È così difficile pensare che non tutto, e non sempre, dipenda da noi? L’impressione è che, sotto la patina appiccicosa del senso di colpa e del piagnisteo, ci sia il superomismo di credersi i detentori delle sorti del mondo.

L’altra faccia della medaglia è quella di chi attribuisce agli altri una colpa: il ragionamento secondo cui, se qualcuno si è ammalato, è perché non è stato abbastanza attento; e anche lì, sottotraccia leggo il bisogno, prettamente umano, di credere di poter controllare tutto, anche un virus ancora in larga misura sconosciuto: come se i nostri comportamenti, da soli, bastassero a decretare il nostro destino.

Ci sono poi, gli stuoli di persone che gridano all’eroismo: dei medici e degli infermieri che affrontano il loro lavoro con sprezzo del pericolo, dei cassieri che non abbandonano la loro postazione all’ipermercato nemmeno nel momento di massima diffusione della malattia, dei malati che affrontano a viso aperto gli effetti della patologia. Ma l’eroe è, per definizione, qualcuno che affronta una situazione potenzialmente pericolosa per libera scelta, spinto da altruismo o da un superiore bene collettivo, senza alcun vincolo che lo costringe a farlo: cosa che non si attaglia a chi lavora – e non può mettersi in ferie o malattia o darsi alla macchia – o a chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi. Che gente eroica, quella che ogni giorno indossa il camice (o la divisa del lidl) e va al lavoro!, leggo sui social; Quanto sono eroici i malati che si sottopongono alle cure!, c’è scritto due righe dopo. Ma cos’altro avrebbero potuto fare? Licenziarsi, fuggire, chiedere alla malattia di lasciarli in pace e andare a infettare qualcun altro? I medici, gli autisti dei mezzi pubblici, i magazzinieri e i librai e i lavoratori della Gdo non sono eroi, ma persone che fanno il loro mestiere come meglio possono, e che un domani potranno e dovranno lamentarsi con chi (padroni, dirigenti, sindacati) non li ha tutelati abbastanza: ma non c’è niente di eroico in questo. E per fortuna, mi viene da dire: perché gli eroi son tutti giovani e belli, e di solito morti, mentre i lavoratori possono essere meno giovani, panciuti o stempiati o con i denti storti, ma hanno il diritto di godere di ottima salute e di morire anziani a casa propria.

Infine, c’è chi cerca qualcuno con cui prendersela: da chi vorrebbe sanzionare il vicino che è sceso due volte in un pomeriggio a buttare la spazzatura a chi pensa che all’intera classe politica vada indicato il patibolo, la gamma di sfumature è varia; è anche questo un bisogno umano, quello di trovare qualcuno a cui dare la colpa: ma di solito lo si supera a cinque o sei anni, quando si smette di indicare alla mamma il fratellino colpevole di una marachella. Quando si capisce che le cose a volte capitano, e basta.

Sarebbe il caso di darci tutti una bella calmata, su.

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