Quella volta.

L’altra sera, nella nostra chat salvavita di cazzeggio & supporto morale, il mio amico Massimo ha nominato un notissimo doppiatore. Lo conosco, gli ho comunicato – e intendevo So chi è, non che lo conosco di persona, ovviamente: Lo conosco, ho ripetuto, ha declamato un mio racconto a Milano, una volta. Un racconto?, ha risposto Massimo: che racconto, che Milano?, ha detto, e io ho detto Ma sì, non te lo ricordi, quella volta dell’aereo, e lui ha detto Quale volta?, e anche Ale ha detto Quale volta?, e Mirella ha risposto Me la ricordo, quella volta, ed è venuto fuori che invece loro non lo sapevano, cosa è successo quella volta, e quindi ecco, questa è la storia di quella volta, di Milano e dell’aereo.

Alcuni anni fa, prima di iniziare a lavorare alla casa editrice Piccolamacarina, ho scribacchiato qualche racconto; mi ero laureata da poco, avevo lavorato per un breve periodo per un’azienda municipalizzata, non ero sicura di sapere cosa avrei voluto fare nella vita. Avevo molto tempo a disposizione, e l’ho impiegato per scrivere qualcosa di breve e poco impegnativo, che poi ho inviato a qualche premio letterario: e, per la legge dei grandi numeri, un paio di premi li ho vinti davvero. Uno si chiamava, credo, Premio letterario città di Milano; avevo spedito un racconto, per posta, e me n’ero scordata, e alcuni mesi dopo avevo trovato nella cassetta delle lettere una busta, ed era un invito a ritirare il premio, un tardo pomeriggio di ottobre, a Milano. Avevo comprato un vestito – che poi ho riciclato per i successivi due o tre matrimoni – e preparato il trolley: sarei rimasta due giorni a Milano, ospite di un cugino, così avrei avuto anche il tempo di dare uno sguardo alla città. E invece.

E invece, in aereo mi sono sentita male, mi è salita violentemente la febbre, e prima che me ne accorgessi ero stesa in mezzo al corridoio e una hostess mi teneva le gambe in alto e un’altra chiamava all’interfono per sapere se ci fosse un medico a bordo; c’era, il medico: era una dermatologa siciliana che ha trascorso il resto del volo seduta accanto a me, dicendomi che non sapeva come aiutarmi e che l’unico suggerimento che poteva darmi era di stare al caldo. La solerte hostess che mi aveva sollevato le gambe ha ritenuto, quindi, di avvolgermi in una grossa coperta di lana; io sentivo caldo, sudavo, la coperta era scomoda e ingombrante, cercavo di togliermela: ma la hostess e la dermatologa, con puntiglio, la rimboccavano e tiravano su e mi coprivano le spalle e sprimacciavano il cuscino. Poi è stato il momento dell’atterraggio, e quando l’aereo ha toccato la pista mi hanno detto di restare seduta al mio posto, e hanno chiamato un’ambulanza.

Sono stata portata giù in barella e accompagnata al punto di primo soccorso dell’aeroporto. Lì, senza che ce ne fosse una buona ragione, hanno deciso di maltrattarmi. Io stavo parecchio male e volevo solo andar via: mio cugino doveva essere pochi metri più in là, agli arrivi, ad aspettarmi. Ma medici e infermieri non volevano darmi la borsa, dove c’era il mio telefono: così non potevo dire a mio cugino dov’ero, né potevo avvertire i miei genitori e Ste di essere arrivata ammaccata ma viva a Milano. A me servivano, nell’ordine, togliere quell’orrenda coperta, un termometro, dell’acqua fresca e un po’ di serenità. Loro pensavano che fossi una non meglio identificata “drogata”, e che stessi simulando il mio malessere perché in cerca di qualche strana sostanza dopante. È stato sgradevole e frustrante.

Dopo un lungo stallo alla messicana, mentre loro continuavano a guardarmi come se fossi stata una formica sul tavolo della colazione, ho deciso di sparigliare dicendo Mio cugino è avvocato, se non mi vede arrivare subito si preoccuperà e chiamerà la polizia. Et voilà, il telefono mi è stato restituito, il cugino è apparso accanto a me con espressione preoccupata, mi è stato dato un termometro e si è scoperto che avevo 39,7°. Una flebo, del paracetamolo e qualche altro sguardo di disapprovazione e finalmente mi hanno lasciata andar via, Vai vai, tanto siete tutti così, noi lo sappiamo bene cosa volevi.

Dei successivi due giorni ho un ricordo sfocato: ci sono i miei cugini costernati perché mi avevano preparato una splendida cena che non ho toccato, e poi sempre loro che mi costringono a dormire nel loro letto mentre si accomodano sui divani, e non vogliono sentire ragioni, e io che sto troppo male anche per oppormi. Ci sono la premiazione e le persone che applaudono e il mazzolino di fiori che ricevo, e il famoso doppiatore che legge il mio racconto, e poi nuovi applausi e io che torno al mio posto. Ci siamo noi che in macchina verso casa passiamo davanti al Duomo, Così puoi dire di aver visto almeno qualcosa di Milano, e poi un’altra notte a Milano, stavolta sul divano, e di nuovo in aereo e a Palermo. La febbre mi è durata ancora due giorni.

A distanza di più di dieci anni, continuo a chiedermi per quale motivo, invece che ascoltarmi e aiutarmi, abbiano scelto di trattarmi con sufficienza e disprezzo. Perché ti avevano scambiata per una drogata, hanno risposto la maggior parte delle persone a cui ho posto la domanda. E quindi? Chi fa uso di droga non ha diritto a una corretta assistenza? È giusto che venga trattato con freddezza, superiorità e un tono di sprezzante disgusto? Che accidenti di mondo abitiamo, per reputare normale tutto questo?

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