Quanto è celestiale il rumore di un cane che sgranocchia un biscotto?

Cosa si può fare, quando qualcuno accanto a noi sta male? Parlargli, confortarlo, stargli vicino, avere pazienza? Coccolarlo, infondergli serenità, cucinare qualcosa che forzi la sua inappetenza? Leggere un libro, nell’attesa che le cose migliorino? O semplicemente stare in silenzio, e stringere i denti e sperare che la nottata passi, che l’appetito torni, che il cuore rallenti, che il respiro non si spezzi di nuovo? Quante volte abbiamo detto a qualcuno “andrà tutto bene”? Quante volte le cose sono andate bene davvero? E quante volte sapevamo dall’inizio che le cose non sarebbero andate affatto bene, ma abbiamo preferito sperare e sorridere e augurare il miracolo? Quanto conta un augurio di cuore? Più o meno di una telefonata, di una domanda, di un sorriso triste e comprensivo?

Perché, sulle bandelle e le quarte di copertina dei libri, non è specificato il momento adatto a leggerli, e l’umore che il lettore deve avere per apprezzare in pieno il tomo? Non vi piacerebbe trovare l’indicazione “romanzo giallo adatto a persone in crisi matrimoniale e/o adolescenti appassionati di musica pop, sconsigliato a trentenni rampanti e giovani affetti da shopping compulsivo, da non leggere mai dopo le 22:00”? Non sarebbe utile e bello, sapere in anticipo quali libri leniranno le nostre pene d’amore, quali ci daranno conforto mentre siamo ricoverati per rimuovere i calcoli alla colecisti, quali ci sollazzeranno nelle notti d’estate e quali ci culleranno quando il semi-labrador non riesce a dormire e si aggira per la casa in cerca di un angolo comodo?

Perché molte persone scambiano i social network per reality show di cui sono gli indiscussi protagonisti? Cosa spinge una coppia giovane e sana di mente a pubblicare ogni giorno, in modalità di condivisione aperta – e quindi visibile da chiunque nel grande mondo del web – una o più foto della propria bambina appena nata? Quale impudicizia o banale esibizionismo c’è dietro il bisogno spasmodico di mostrare a milioni di sconosciuti la propria figlia neonata che, vestita solo del pannolino e inscatolata dentro una culletta termostatata, viene nutrita col biberon? Al netto delle psicosi su pedofili in rete e malintenzionati vari, per quale motivo foto tenere struggenti e delicate come questa non trovano posto in un album da sfogliare  – virtualmente o di persona – con amici e parenti?

Quanta sorpresa si può provare nel leggere un quotidiano nazionale online e trovare una foto di Ife (senza Mosca, ma penso che dipenda solo dal taglio dell’immagine)? Quando si impara a svegliarsi di notte al mutare del respiro del proprio cane? Quanto vorrei che il semi-labrador riprendesse a mangiare?

Continua, per me, un periodo di letture confuse e poco attente: e mi dispiace davvero di non starmi godendo fino in fondo La morte è giovane di Rita Gatto, che mi ricorda un po’, forse immotivatamente, La donna della domenica di Fruttero & Lucentini. Il rpossimo della lista, con ogni probabilità, sarà Zero zero zero di Roberto Saviano: anzi, oggi lo compro, così, per sicurezza.

Da molto tempo non pubblico una ricetta; ecco, oggi, la pasta al gratin: l’unica pasta al forno della mia infanzia. Le penne lisce – ma secondo me le rigate ci stanno meglio -, normalmente lessate e salate, vanno condite con dadini di prosciutto cotto e scamorza affumicata e poi amalgamate con una béchamel preparata con la ricetta classica, ma lasciata piuttosto lenta. Il tutto si imposta in teglia e si mette a gratinare in forno: uno dei piatti fissi dei pranzi dei giorni di festa di quando ero bambina.

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