Quando c’è caldo (a Palermo).

È stato un interminabile inverno, ventoso e umido e bigio, che spingeva alla lagna e all’indolenza – non possiamo uscire a fare la spesa, piove!, ordiniamo pizza e pollo arrosto e mangiamoli davanti alla tv! – e che ha gettato Mohamed nello sconforto e nella recriminazione costante – avevi detto che sarebbe arrivato il caldo! Moha, ma mica è colpa mia! – e fagocitato la primavera: invece di uccellini cinguettanti e foglie nuove sugli alberi e tremebonde margherite nei prati e tutto quel che il nostro immaginario da scuola elementare collega ai mesi di marzo, aprile e maggio, abbiamo avuto pioggia, giubbetti impermeabili, Mohamed disgustato dalla necessità di indossare scarpe chiuse e mugugni assortiti del caneNando che, se già normalmente odia uscire, col maltempo lo considera una sevizia perpetrata ai suoi danni. È stato un interminabile inverno, dicevo: e ora improvvisamente c’è caldo, e quando c’è caldo a Palermo è una faccenda seria, e io già non ne posso più.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti ne parlano: ma se del freddo si parla con stupore e con un atteggiamento di vaga preoccupazione – talè, c’è freddo!, – di caldo di parla con rassegnazione e fastidio e sconforto, perché il caldo inizia adesso e finirà chissà quando, forse a settembre, o a ottobre, o sapiddu quannu, signora mia.

Quando c’è caldo a Palermo, è difficile trovare scampo: perché assurdamente sembriamo dimenticare, durante il resto dell’anno, quanto possa essere afosa e soffocante la permanenza in città con più di trenta gradi, e quindi non siamo mai ben attrezzati; il condizionatore deve essere ricaricato, il ventilatore si è rotto alla fine della scorsa estate e non abbiamo pensato di sostituirlo, la cinghietta dei sandali non chiude più bene, i pantaloni di stoffa leggera sono seppelliti su una gruccia sotto decine di paia di jeans e non vogliono proprio saltar fuori.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti annunciano a gran voce di voler andare a mare: ma andare a mare col caldo può essere una lunga e tormentosa esperienza. Si trascorrono ore in macchina cercando parcheggio, con la temperatura dell’abitacolo in costante aumento in misura direttamente proporzionale al giramento di scatole del guidatore; trovato un posto dove lasciare l’auto, si percorrono a piedi distanze degne di una carovana con cammelli, portando teli e borse frigo ricolme di masserizie e molte confezioni di crema protettiva. Alla spiaggia non c’è un posto dove sedersi, la sabbia scotta, il mare è verdognolo, e poi che fastidio il costume bagnato, e quindi niente, stiamoci a casa e facciamo prima.

Quando c’è caldo a Palermo, si dovrebbero cucinare cibi adatti alle alte temperature: e invece i palermitani si dimostrano ascoltatori poco attenti dei consigli elargiti dal tg2 e ne approfittano per friggere melanzane, far pippiare pentoloni ricolmi di pomodori per farne salsa da imbottigliare per l’inverno, soffriggere zucchine e tenerumi per farne minestre gustosissime ma da gustare a una temperatura incompatibile con la vita.

Quando c’è caldo a Palermo succedono avvenimenti apocalittici: prendono fuoco le aiuole spartitraffico della circonvallazione, in centro si trova facilmente parcheggio, i poster appesi al muro con il nastro adesivo piombano a terra sconsolati, svegliandomi nel cuore della notte.

Quando c’è caldo a Palermo, per chi vive in strada è una rogna terribile: il dormitorio è soffocante, tende e camper diventano impraticabili, l’acqua accumulata nei bidoncini è tiepida e sgradevole, il desiderio di una doccia diventa un’ossessione. I cani sono agitati, i gatti fiacchi e infastiditi, gli animi si esacerbano, è più facile che scoppino risse; quando c’è caldo a Palermo, io penso a Mohamed per strada e mi avvilisco.

Quando c’è caldo a Palermo, l’unica cosa che si può fare è sperare che passi in fretta.

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