Pranzi in famiglia (Natale edition).

Domenica scorsa era l’otto dicembre, e Ste ed io siamo state invitate al consueto pranzo di famiglia a casa di mia zia. Noi siamo tradizionaliste e appassionate di riunioni familiari e occasioni conviviali e quindi ci siamo allicchittate ben benino, abbiamo scelto gli orecchini e spazzolato energicamente i capelli, abbiamo recuperato mia madre in chiesa e mio padre al panificio, convinto Nando a restare a casa senza odiarci troppo, e ci siamo presentate sorridenti e di buon umore dagli zii.

C’era la pasta con i funghi, domenica scorsa, e la carne e le patate al forno e lo sformato di spinaci che avevo portato per contribuire alle libagioni e assicurarci qualcosa di sicuramente commestibile – mia zia ha molti pregi ma non è una gran cuoca; c’era una torta a cui mio nipote Ludovico ha asportato tutte le fragole prima che riuscissimo a fermarlo, e la macedonia in cui suo fratello Lorenzo ha affondato il cucchiaino, per poi tirarlo via e fare schizzare succo d’arancia ovunque e afferrarmi risolutamente per mano per portarmi nella stanza dei bambini, dove voleva mostrarmi un’imperdibile lotta tra un dinosauro di plastica e una pecorella del presepe. La giornata si è trascinata lenta e sonnacchiosa, come sempre i giorni di festa: abbiamo bevuto il caffè, montato un aereo con i Lego, preso un altro po’ di dolce, consolato Lorenzo perché Ludovico aveva rotto l’aereo lanciandolo sull’albero di Natale, portato in cucina i piatti, assistito a una gara tra macchinine sul pavimento del corridoio.

Chiacchieravamo, intanto: e mia zia ci ha comunicato che un loro conoscente aveva speso duecento euro per un pranzo-degustazione in un rinomato locale del Nord Italia. Da qui è nata una oziosa discussione sul fatto che sia corretto o meno pagare tanto per un pranzo: che, dal mio punto di vista, per quanto ben cucinato e studiato e composto da materie prime di ottima qualità è pur sempre un pasto, suvvia; va bene non pagare cinque euro come da donna Ciccina ‘a Lorda, ma neanche far fuori mezzo stipendio per pranzare in due mi sembra che abbia senso. La polemica è andata avanti per un po’: mia cugina e il marito avanzavano al grido di È giusto pagare così tanto perché un pranzo così non è un pasto ma un’esperienza sensoriale, noi ribattevamo con Anche ascoltare un concerto è un’esperienza sensoriale e ha costi molto più sensati. Un pasto può essere un’opera d’arte?, è stato chiesto da qualcuno: e non siamo riusciti a trovare una risposta soddisfacente alla domanda, ma secondo me non è questo il punto. Il punto è che paghi duecento euro non solo perché il pranzo li vale, perché il sale è raccolto sull’Himalaya e gli ortaggi sono stati coltivati da monaci che hanno fatto il voto del silenzio, ma per l’esclusività della situazione: paghi una cifra spropositata, e non tutti possono o vogliono farlo, e quindi tu fai parte del gotha che può partecipare di questa esperienza. E questo – l’esclusività, l’acquisire valore nel tenere fuori qualcuno – è quanto di più lontano esista, per me, dall’arte.

Ne discutevamo parecchio accalorati, i toni rischiavano di trascendere: ma Lisa, che ha un anno e mezzo e i codini e indossa sempre abitini con trine e pizzi ha esclamato Pipì!, e Ludovico ha comunicato che lui, invece, aveva fatto la cacca, e poi Lorenzo mi ha detto Mi annoio, torniamo a giocare con le costruzioni?, e quindi bon, discussione conclusa, abbiamo montato uno splendido canadair con i Lego e lo abbiamo fatto volare per buona parte del pomeriggio.

Non vedo l’ora che sia Natale.

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