Pane, amore e blasfemia.

Sono in molti a crederci. Durante la messa recitano il Credo, ogni frase del quale è un insulto al buonsenso, e lo recitano nella loro lingua, che si presume capiscano. Quand’ero piccolo, la domenica mio padre mi portava in chiesa e gli dispiaceva che la messa non fosse più in latino, un po’ per passatismo, e un po’ perché, ricordo ancora le sue parole, «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». Ci si può rassicurare dicendo: non ci credono. Come non credono a Babbo Natale. Fa parte di un retaggio, di abitudini secolari e belle alle quali sono attaccati. […]

Comunque, tra i fedeli, accanto a quelli che si fanno cullare dalla musica senza preoccuparsi delle parole devono esserci anche quelli che le pronunciano con convinzione, con cognizione di causa, dopo averci riflettuto. A domanda, risponderanno che loro credono veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso, e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Risponderanno che loro stessi fanno di questi eventi il centro delle loro vite.

Sì, non c’è dubbio, è strano.”

E. Carrère, Il Regno

Vengo da una famiglia cattolica; mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state (mia madre lo è ancora) molto devote. Mia nonna ha recitato il Rosario alla B.V. di Pompei ogni giorno, dai sei anni alla morte; ci portava, me e i miei cugini, a Messa con regolarità: il sabato pomeriggio, alle 18, seduti in fila sulla penultima panca della chiesa dietro casa sua. Un po’ immusoniti e annoiati, ma vagamente rallegrati dalla prospettiva di un fine settimana senza compiti, sbirciavamo l’orologio ogni pochi minuti; era una celebrazione per vecchiette tremule e madri di famiglia che avrebbero trascorso la domenica mattina a preparare il pranzo: rapida, abbastanza indolore, senza canti o spargimento di incenso. Superata l’età delle imposizioni familiari, qualche tempo dopo la Comunione, io ho smesso drasticamente di andare in chiesa; i miei cugini, invece, sono entrati nel garrulo mondo dello scoutismo, ma questo è un discorso che non coinvolge me, ma loro, le loro famiglie e un buono psicanalista, quindi possiamo soprassedere.

Mia madre, oggi, fa parte di un coro religioso: va regolarmente alle prove, studia i canti con dedizione, ascolta registrazioni per valutare le diverse versioni della stessa melodia, ritmo accompagnamento strumentale clangore di percussioni, cascate di note zuccherose che si succedono sul pentagramma; è un coro di adulti piuttosto bravi, vengono ingaggiati per matrimoni e ordinazioni, ogni tanto si esibiscono per motivi benefici. A mia madre fare parte del coro piace, è un’attività che la rilassa e coinvolge, e che prevede un ricco apparato di esibizioni di fede: preghiere prima e dopo le prove, PadriNostri recitati tenendosi per mano, faticose prove ginniche a base di inginocchiamenti ed estensione di braccia al cielo. Lei partecipa attivamente a tutto questo fermento, e ne è contenta.

Mia madre, del resto, è un medico: è una persona che crede fermamente nell’evidenza scientifica, che analizza con attenzione e metodo i problemi per affrontarli nella maniera più accurata, che legge molto e si documenta. Quando mi sono imbattuta nel brano di Carrère che ho citato prima, non ho potuto far altro che pensare a lei; gliel’ho letto, e lei ha alzato un sopracciglio e mi ha risposto Non fare la blasfema. Ho indagato ulteriormente, deducendone che posso smettere di temere per la sua salute mentale: perché mia madre vede nella celebrazione e nei suoi rituali un simbolo, un retaggio mnemonico, il residuo verbale di un atto successo qualche centinaio di anni fa. Ho tirato un enorme sospiro di sollievo, comunicandole contestualmente che andrà all’inferno: perché, in teoria, questa fede condita di razionalità non basta: bisogna spingersi oltre.

Per esempio, secondo la dottrina cattolica, la Comunione non è simbolo, ma transustanziazione: ovvero, milioni di persone in tutto il mondo credono (o, come mia madre, dovrebbero credere ma edulcorano con la ragione) di stare davvero ingoiando, con la particola, un pezzo del corpo di una persona (persona con natura divina, va bene, ma con corpo umano) vissuta (e morta!) duemila anni fa. Con la sua spiccia modalità comunicativa, mia nonna avrebbe chiosato Mi tocca ‘o stuommac’. Ecco, questo è solo un esempio, forse il più evidente e spinto: ma, riflettendo sulle parole di Carrère, non posso fare altro che chiedermi se davvero (ma proprio davvero, non solo pro forma) milioni di persone credano a cose che contrastano con il più semplice buon senso; che davvero siano convinte non solo dell’esistenza di un essere supremo, creatore di ogni cosa – già, per me, ben oltre i limiti del fantascientifico, ma comprensibile necessità per tutti coloro che cercano un senso e una spiegazione a ciò che li turba -, ma che, ad esempio, questo essere abbia auvuto un figlio, concepito da una vergine, che è resuscitato in corpo e spirito e attende tutti (tutti!) per farli resuscitare in corpo e spirito. Davvero, non lo capisco e mi fa un po’ paura. Se una vaga idea di religione (quella che hanno tutti coloro che, alla domanda Ma sei cristiano? rispondono No ma credo in dio) posso anche vagamente concepirla – come metodo per sedare le ansie, come risposta a domande ataviche, come maniera per colmare lacune che la scienza non ha ancora avuto il tempo di appianare -, la piena aderenza ai dettami cattolici (ma, sia ben chiaro, anche delle altre religioni!) rimane per me un grande mistero.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno con cui parlare di tutto questo, ma. E comunque il libro è davvero potente e dirompente, come quasi tutti quelli di Carrère.

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