“Oh, it’s Christmas time!”. “Sì, Ife, è Natale”.

A me il Natale piace moltissimo. Mi piacciono le ghirlande sulla porta di casa, le candele rosse e oro sulla tavola, le lucette per le strade, le decorazioni a base di fiocchi e palline e angioletti e renne e abeti; mi piacciono le vetrine ornate di slitte e pacchetti, mi piace chi mette un alberello in portineria e chi appende una piccola stella cometa a una angolo dello schermo del pc, in ufficio. Mi piace la Messa della notte di Natale: e benché io mi senta molto lontana dalla chiesa cattolica e non creda più in dio, trovo che sia un rito mistico e toccante e pieno di speranza e tenerezza e gioia, col vangelo di Luca e la statua sull’altare sostituita dal bambinello in fasce, e il freddo e i canti e la luce che esplode di gioia. Mi sono addormentata per anni, sulle panche della chiesa del mio quartiere: eppure lo ricordo come uno dei momenti migliori della mia infanzia, quello della celebrazione notturna della messa di Natale.

Mi piace molto scegliere i regali: mi riempie di angoscia, anche, perché c’è sempre un momento in cui mi sembra di dover comprare mille cose, e non ho idee e il tempo schizza via veloce mentre faccio per la quarta volta il giro dell’isolato cercando un pNapoli, San Gregorio Armenoosto dove lasciare la macchina, e allora vado in panico e continuo a contare sulle dita, amici e parenti da sistemare e giorni liberi, ore di straordinario e strade chiuse al traffico, negozi che fanno orario continuato e ritagli di tempo in cui correre in cartoleria, e peccato che il cugino Cesare quest’anno troverà sotto l’albero un set di scotch da pacchi e tagliabalsa e punti di ricambio per la spillatrice, di lui mi ero proprio scordata e non c’è altro modo per arrangiare. Mi piace immensamente ornare l’albero: tirare fuori scatole e scatoloni, provare che le catene di lucine funzionino perfettamente, riscoprire in fondo al pacco delle palline il vecchio Babbo Natale di gomma di quando ero bambina, o quelle stelline piene di glitter che ho comprato una volta che mi sentivo triste e avevo bisogno di una coccola auto-somministrata. Mi piace ancor di più montare il presepe: c’è tutta la mia infanzia, nella scatola dei pupetti del presepe: o meglio, c’è il suo lato buono e caldo e dolce, quello delle cose costruite insieme, di mio padre che mi aiutava a stendere la carta per fare il prato, di quando ogni pastorello aveva un nome e io mi sentivo felice se riuscivo a mettere la lucina azzurra accanto al fiume e quella rossa sotto il paiolo del vecchio che rimesta la polenta. Non è passato Natale senza che io abbia fatto il presepe: e quando il semi-labrador, ancora cucciolo, attentava alla vita della lavandaia e di Benito, il pastore addormentato che sogna il presepe e guai a svegliarlo, ho escogitato un marchingegno di fili di ferro e reti e assi di lego per creare un sostegno sospeso su cui poggiare Betlemme e la sua terra, il piccolo Gesù nella sua tragica posa, gli incongrui lavoratori notturni e l’angelo che è sempre rovinosamente caduto giù dal sostegno di fermagli e graffette che lo dovrebbero reggere sulla capanna della natività. Mi piace il Natale, e mi dispiace per chi si sforza di dimostrare fastidio o indifferenza: non per chi li prova davvero, capiamoci, ma per chi pensa che sia giusto e figo far finta di provarli, che fare l’albero è una cosa da ragazzini e andare a ubriacarsi in Vucciria, invece, è da adulti.

Un bellissimo romanzo che parla di Natale e dell’affascinante simbologia del presepe è Per mano mia di Maurizio de Giovanni: ad oggi, il mio preferito dell’autore.

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