My body, my choice.

Un osceno manifesto, qualche settimana fa, è balzato all’onore delle cronache e ha conquistato decine di convidisioni sui social; su un luttuoso sfondo nero campeggiava il ventre di una donna incinta, con due mani a reggere il pancione: in sovraimpressione, il claim dichiarava che l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. L’analogia tra l’interruzione volontaria di gravidanza e l’uccisione di una donna in quanto donna è risultato ai più, me compresa, poco chiaro: quindi, le prime reazioni sono state, più che di raccapriccio, di stupore e vaga confusione. Faceva forse riferimento all’aborto selettivo di feti di sesso femminile, pratica in voga in alcuni Paesi dell’estremo oriente? E perché mai avrebbero dovuto affiggere questo scempio per le strade di Roma, allora, e non di Vientiane o di Shangai? Forse, ha ipotizzato qualcuno, il messaggio sotteso al cartello è che, a fronte di un numero X di aborti, circa la metà si riferisce a embrioni di sesso femminile: da qui la considerazione che muoiano, in questo modo, più potenziali donne di quante siano le donne effettive uccise quotidianamente. Infine, un altro nutrito gruppo di commentatori proponeva una spiegazione più trascendente e filosofica: ogni donna, argomentavano, simbolicamente muore quando abortisce; dunque, l’aborto è quasi un femminicidio auto-imposto. Al di là dell’evidente e vergognosa strumentalità della campagna pubblicitaria, pagata da una onlus che dedica tempo e risorse al tentativo, insensato e intempestivo, di convincere le donne a rinunciare al proprio diritto all’aborto, anche a me risulta poco chiaro il senso della frase. Dando per assodato che la prima chiave di lettura sia priva di alcun razionale (perché mai si dovrebbe fare una campagna pseudo-informativa, in Italia, per battersi contro un comportamento che qui non esiste?), non ho ancora deciso quale delle altre due mi sembri più oltraggiosa: se quella che pone sullo stesso piano una vita in potenza e una vita in atto, un embrione e una donna, cosa che non merita nemmeno spiegazioni per la sua incongrua insensatezza, o quella che dà per scontato che l’aborto sia un’esperienza così devastante e traumatica da poter essere paragonata alla propria morte. Premettendo che l’argomento personalmente non mi tocca per nulla, e che non ho mai provato l’esperienza dell’aborto, mi chiedo se sia davvero scontato che si tratti di qualcosa di oltremodo drammatico e disturbante. E se lo fosse meno di quanto si ammetta? Se fosse un’esperienza sgradevole e faticosa, ma non così estrema? Quando si fa riferimento al diritto all’aborto, si precisa sempre che la donna può abortire ma, ecco, si dà per scontato che lo faccia solo se in condizioni di estrema povertà, materiale, morale o affettiva, e solo a patto di sacrificare, sull’altare di questa maternità negata, la propria serenità e la stima di sé. Ma se invece tutto questo portato doloroso fosse dovuto solo al senso di colpa instillato da una società che obbliga la donna a sentirsi un’assassina, o almeno una persona che sta compiendo una scelta strana e non-conforme, tirandosi fuori dal suo ruolo precostituito di portatrice sana di senso materno? Se molte donne abortissero semplicemente perché non vogliono avere un figlio, e non perché non possono (non sono in condizione di) averlo? Se la maggior parte delle donne, o almeno qualcuna, avesse vissuto un aborto senza drammi e sconvolgimenti, ma non lo ammettesse per paura di essere tacciata di pocodibuonismo o crudeltà? Probabilmente non lo saprò mai.

Ieri, l’Irlanda si è espressa a favore della depenalizzazione dell’aborto; in Italia, invece, quelli che ragliano contro un diritto sacrosanto della donna sono molti, e mi fanno parecchia paura.

Questo post è un portafortuna per la mia amica laMate, che di nuovo mi fa preoccupare; equivale a una valanga di pensieri positivi e dita incrociate: ma sono sicura che, mentre scribacchio qui, già le cose stanno volgendo al meglio.

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