Mi dimentico.

Dove ho posteggiato la macchina: e ogni mattina sbircio dal balcone e poi dalla finestra delle scale, mentre accendo la caldaia e poi bagno le piante e poi avvio la lavatrice e poi aspetto l’ascensore, e quando esco dal portone inizio a trotterellare senza criterio e cercare sempre più freneticamente, pensando che l’abbiano rubata: e invece poi è lì, che mi aspetta con espressione ignara accanto alla campana del vetro.

La maggior parte dei miei impegni: e quindi ho ideato un sistema di promemoria e allarmi a crescente livello di imperiosità, bigliettini di cui inzeppo l’agenda, messaggi auto-recapitati e quaderni con gli impegni lavorativi della settimana evidenziati in tre colori diversi a seconda della priorità: ma comunque l’autolettura del gas, la telefonata alla libreria di Terni che voleva le copie del libro sui dadi da brodo e i vestiti da portare al cuciexpress me li scordo lo stesso.

Di trascrivere numeri di telefono e informazioni importanti che mi arrivano sui social network e tramite messaggio: e dato che i quattro quinti del mio lavoro avvengono su messenger e whatsapp, ché ormai nessuno manda più una sacrosanta mail, buona parte del mio tempo si spreca nel cercare di ricordare chi mi avesse mandato il numero dell’idraulico o la locandina della presentazione di Busto Arsizio, e quando, e su quale canale, e soprattutto perché.

Il colore degli occhi delle persone che conosco, o il fatto che abbiano o meno i buchi alle orecchie, o che usino borse o zaini o marsupi, o quale libro abbiano detto di voler leggere: e mi ritrovo, al momento di comprare un regalo, piena di dubbi, e mi chiedo se il foulard azzurro starà bene ad amicastorica o se la Fra’ gradirà quegli orecchini o sarà costretta ad appenderli all’albero di Natale, e finisco per sparigliare completamente e comprare una gabbia da canarini che sicuramente non hanno già, peccato che non abbiano neanche i canarini, ma hai visto mai che.

La voce delle persone che ho amato e che non ci sono più: mi rimangono un po’ delle loro parole, quelle che ho scritto o che negli anni ho ripetuto più spesso, ma la cadenza e il tono e il timbro non li trovo più e non so come recuperarli.

La trama del libro che sto leggendo, se è un periodo in cui ho poco tempo o poca attenzione o posso leggere solo la sera: e così, ogni volta, mi lambicco per interi quarti d’ora chiedendomi chi cappero sia Gabriele, per poi ricordarmi, con metaforico colpo di palmo sulla fronte, che è il vicino di casa di Rocco Schiavone.

I nomi di figli o fidanzati degli stagisti che si sono succeduti negli anni in casa editrice: e quando li incontro (e sono molto contenta di incontrarli, gli stagisti, perché ho voluto bene a ognuno di loro e perché sono una gran nostalgica e amo dire “ti ricordi quella volta che”) vorrei chiedere notizie ma mi trovo in imbarazzo e devo ricorrere a frasi vergognose del tipo “come sta il cucciolo” (cucciolo?! Dio mio, abbattetemi senza remore) o “come sta tuo marito” (anche se so bene che non sono sposati e neanche convivono), per cercare di nascondere l’oblio nella mia mente: e perché, da quella volta che ho detto “come sta Stefano” a una ragazza che aveva una bimba di nome Deborah, ho deciso di non avventurarmi più con nomi a caso.

Di comprare le arance, o la carta forno, o le uova: e ogni volta che vado al supermercato torno a casa frustrata perché so di aver scordato qualcosa, e l’unica cosa che non manca mai è un pacchetto di biscotti Digestive che sono la mia ultima mania e che temo sempre che finiscano, anche se ne abbiamo diverse scatole allineate in dispensa.

Quanto sono fortunata ad avere Ste’ nella mia vita: e mi viene in mente ogni tanto (ogni mezz’ora, ogni ora, ogni pochi minuti) e allora sono contenta, un po’ trepidante e incredula e tremebonda ma parecchio contenta.

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