Mestruazioni for dummies.

Non so come si faccia ora ma più di dieci anni fa, quando le università avevano ancora le facoltà, gli statini si richiedevano in portineria e si compilavano a mano e gli esami prevedevano lunghe attese dietro le porte dei dipartimenti e liste scritte a penna attaccate al muro con un pezzetto di scotch, più di dieci anni fa, dicevo, per laurearsi bisognava portare, entro una certa data, il frontespizio della tesi firmato dal relatore. Bisognava ingegnarsi, con word, a scrivere titolo e autore e relatore e correlatore dando un’aria professionale ma originale, elegante ma non retró, personale ma non puerile, senza cadute di stile e improvvidi ricorsi a ombreggiature spinte e comic sans; poi bisognava reperire il professore, e questa, almeno nella mia facoltà, era la parte più difficile, dato che i docenti usavano boicottare i giorni di ricevimento e risultare irreperibili per molte settimane di seguito, in un’epoca in cui il ricorso alla mail era solo un’estrema ratio e la maggior parte degli ultracinquantenni non sapevano neanche di avere un indirizzo personale; trovato il professore, si passava a ricordargli che guardi, so che ha tanti allievi ma io mi laureo con lei con una tesi sugli ostensori in corallo marsalese in Sex and the City e quindi sa, dovrebbe proprio firmarmi questo frontespizio entro giovedì. In conclusione, con l’insulso foglietto in mano, si doveva correre dall’incaricato e consegnarlo entro la data stabilita. Quando l’insensata trafila è toccata a me il mio relatore faceva lezione, d’abitudine, a Bagheria; dopo decine di tentativi di contatto, ero riuscita a ottenere un mezzo appuntamento: un lunedì mattina alle 11, alla fine di una lezione, al primo piano di una villa monumentale in cui il dipartimento era stato alloggiato da una manciata di mesi; la scadenza era il giorno stesso, alle 12:30, e in mezzo c’era un tratto di autostrada percorribile in un tempo che andava dai venti minuti alle due ore. Trafelata, sudata, senza fiato, alle 12:25 ero in piedi davanti alla porta del signor Capillo, il nume tutelare della facoltà di lettere e filosofia, burbero, scortese e risolutore di problemi al pari di Mr. Wolf; frugando disperatamente in borsa, gli ho porto la prima cosa che ho trovato tra le dita: non il famoso frontespizio, ma un assorbente. Silenzio, incredulità, raccapriccio, disgusto, voci di oooh! accanto a me, quasi che nessuno, nella frotta di ultraventenni laureandi che mi circondavano, ne avessero mai visto uno; Capillo mi liquidò con uno scostante Ma che è ‘sta cosa?, pronunciato con tono ringhiante da virtù offesa e sguardo di compatimento. Riposto il corpo del reato e consegnato il fondamentale pezzo di carta che attestava che sì, anche io di lì a poco avrei conseguito la laurea triennale, sono tornata a casa, schiumante rabbia per la mattina di sbattimento; una parte di me, però, ha continuato a chiedersi per tutti questi anni il motivo di tale sconcerto: se invece che un assorbente gli avessi porto un pacco di fazzolettini di carta, una penna o lo scontrino del Carrefour, la reazione sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente nessuno avrebbe riso, non ci sarebbero state gomitate e voci scandalizzate, Capillo si sarebbe limitato a dirmi di sbrigarmi a dargli il foglio giusto e io non sarei arrossita (ok, no, questo non è vero, sarei arrossita lo stesso, ché io arrossisco sempre quando parlo o faccio qualcosa davanti a più di due persone). Da qualche giorno sto leggendo Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, e dentro c’è la risposta a questa domanda e a tante altre; è un saggio sulle mestruazioni: e ogni volta che dico a qualcuno che sto leggendo un saggio sulle mestruazioni la risposta è un’alzata di sopracciglia e qualche commento del tipo Ma ce n’era bisogno? o Non c’erano argomenti migliori? o anche Ma di preciso di che parla? La risposta, almeno per me, è che sì, ce n’era bisogno: perché è un libro che analizza, col sorriso sulle labbra e una buona dose di senso dell’umorismo, ma anche con assoluto rigore, una parte fondamentale della vita di ogni donna; la affronta dal punto di vista storico, medico, sociologico, antropologico, spiega le origini del tabù, risale alla preistoria per raccontare le radici del maschiocentrismo e del paternalismo che stanno esplodendo in maniera eclatante nell’enorme tasso di femminicidi attuale. Porta a farsi domande: per esempio, quante volte avete sentito chiedere, in una classe o in un gruppo di amici, Hai un fazzoletto di carta?, e quante avete sentito dire Hai un tampone? Quante volte avete detto – o sentito dire – a una donna Come mai sei così nervosa, hai le tue cose? Quante buffe perifrasi conoscete (e pronunciate) per non dire in pubblico mestruazioni? Perché dovrebbe essere vergognoso parlare di una funzione normale del corpo umano? E no, non dite che non parlate mai neanche delle altre, perché a me chiunque viene sempre a raccontare particolari fin troppo arditi di pipì, fistole anali e rapporti sessuali. Forse dovremmo porci tutte queste domande, e trovare delle sincere risposte. E, ripeto, leggere questo libro: perché è molto interessante, è ben scritto, è chiaro e comprensibile e sfata un cumulo di dicerie; soprattutto per i maschietti è una lettura davvero istruttiva.

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