Meravigliosa Madrid.

A Madrid ci ero stata vent’anni fa, più o meno. Ricordavo soltanto strade ampie e bei palazzi, e poi una giornata intera, da sola, al Prado, e tortilla a tutte le ore e patate fritte, e un ascensore di cristallo e Guernica. Per questo, quando si è trattato di decidere dove passare le vacanze, ho proposto a Ste un viaggetto a Madrid. Ci sarà molto caldo, ci hanno detto tutti: C’è molto caldo anche a Palermo, abbiamo risposto, e siamo partite, armate di una Lonely Planet pocket a cui qualcuno aveva sottratto la cartina topografica, molte canottiere rivelatesi poi inutili e due paia di sandali scomodi a testa.

Non c’era affatto troppo caldo, a Madrid: abbiamo trovato, invece, fresco e vento e cielo azzurro. C’erano moltissime persone, invece: strade piene, marciapiedi zeppi, fila di ore al 100 Montaditos, tavolini all’esterno dei pub occupati ininterrottamente. Ma siamo state benissimo lo stesso: anche se abbiamo mangiato sempre al chiuso, o sulle panchine del Parque del Retiro, o su gradini e fazzoletti di prato e scalinate di chiese. Ci siamo cibate di ottime insalate e frittate e pesce fritto e hamburger e panini e riso nero con le seppie. Abbiamo mangiato dolci goduriosi a colazione, e Ste ha bevuto molti boccali di birra Cruzcampo a un euro e mezzo l’uno.

Abbiamo camminato moltissimo, siamo state al Prado e al Museo Reina Sofía e abbiamo percorso chilometri di strade, più o meno centrali, più o meno strette, più o meno punteggiate di negozi. Ci siamo riempite gli occhi e il cuore di migliaia di bandiere arcobaleno che garrivano dai balconi, e siamo rimaste piacevolmente colpite dalla grande quantità di uomini che si tengono per mano in pubblico e si baciano appassionatamente davanti ai portoni.

Madrid mi è sembrata molto più bella e imponente e allegra e fremente e pulita e gioiosa di come la ricordassi: una città in cui deve essere bello vivere, in cui la metropolitana passa ogni sei minuti fino alle due di notte ma non c’è nessuno come a Londra che corre, ti spintona e ti intima di stare a destra. Dove la gente è tranquilla e sorridente e i negozi aprono alle dieci, ma dove alle undici di sera il supermercato è ancora in piena efficienza. Dove l’orario per la colazione in albergo è dalle 9 alle 13, e alle otto e mezza del mattino la Puerta del Sol è praticamente deserta.

Una città in cui le indicazioni spesso sono poco chiare – l’aeroporto è pieno di gente che si aggira sconsolata cercando di capire dove recuperare i bagagli – ma le persone si sforzano di darti spiegazioni su quale treno prendere, a quale stazione scendere, come tenere la borsa per non incorrere in scippi. In cui un’anziana non esita a chiedere aiuto se non riesce ad attraversare una strada: e mi ringrazia per averle dato il braccio, ma mi guarda stranita e mi domanda se davvero la capisco, o se faccio soltanto inconsapevolmente di sì con la testa. In cui tutti i negozianti, anche i venditori ambulanti del Rastro, comprendono e parlano perfettamente inglese, e non esitano a cambiare immediatamente lingua se ti vedono in difficoltà.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid: le facciate dei palazzi e l’accessibilità per i disabili, la birra fresca a tutte le ore e i supermercati zeppi di tramezzini e insalate, Chueca e Malasaña e Lavapies e La Latina ma soprattutto Huertas, le librerie con Mafalda in vetrina, i quadri di Miró e le panchine a ogni angolo di strada, l’attenzione quieta e non isterica nei confronti dei senzatetto, il senso di sicurezza provato nel passeggiare di notte per strade sconosciute tenendo Ste per mano, le terrazze zeppe di piante, le absidi della Cattedrale, la luce fino a tardi.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid. Ci tornerei domani.

[In viaggio ho letto La concessione del telefono, uno dei pochissimi romanzi di Camilleri che avevo messo da parte molti anni fa. L’ho trovato delizioso, divertente e insolito, una delle migliori letture degli ultimi mesi].

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