Maternità, istruzioni per l’uso.

Da molto tempo non leggevo un libro con vero piacere; venerdì scorso, alla riunione del gruppo di lettura di cui faccio parte, non sono stata in grado di proporre un titolo da mettere in lizza per la lettura collettiva: non sono riuscita a dire un titolo, uno, tra quelli letti di recente, che mi fosse rimasto tra cuore pancia e testa per più di un quarto d’ora. Per mesi sono rimasta impelagata in libri che non mi piacevano, interminabili e surreali, prolissi e pedanti, noiosi; storie sconclusionate, gatti parlanti, assassini smemorati, capolavori del non-sense o mere banalità. Mi ero convinta che il problema fosse mio: che avessi troppo poco tempo per leggere, o troppi stimoli esterni, o troppo rumore in testa, pensieri che cozzavano scoppiettando come petardi; e invece no, stavo solo incrociando romanzi che non mi piacevano: e infatti sono inciampata quasi per caso in Cattiva di Rossella Milone e l’ho letto tutto d’un fiato con vivido piacere, svegliando la mia bella nel cuore della notte per dirglielo (“Amore, amore, senti che bello questo pezzo, te lo leggo?”), costringendo collegasimpatica a farselo prestare, arringando sulle virtù del libro la barista che mi prepara ogni giorno uno squisito caffè macchiato. Non conoscevo l’autrice, e me ne dolgo: ma nella sua scrittura finto-trasandata e intessuta di espressioni dialettali ho ritrovato la cadenza della metà napoletana della mia famiglia, quel passo baldanzoso e fiero di cui sento la mancanza e che sto irrimediabilmente perdendo.

Parla di maternità, Cattiva: ne parla, penso io da non-madre, con onestà e chiarezza; parla di insoddisfazione, di stanchezza, di mancanza di sonno, di paure e bisogno di conferme. E io, che non ho e non desidero figli, sul tema della maternità sono curiosa: perché conosco poche madri della mia età, e di queste solo una mi è vicina; e non so se davvero la maternità sia questo: un ottanta per cento di dolore, sofferenza, preoccupazione, voglia di scappare via, e solo un venti per cento di appartenenza reciproca, soddisfazione, gioia. Non so se quello che ho letto rappresenti davvero ciò che la maggior parte dei neo-genitori prova: lo sgomento di fronte a un esserino inconsolabile, il senso di non-utilità e sconforto per i suoi pianti disperati, il sentirsi criticati dagli altri e non aiutati, non ascoltati; il senso di oppressione delle notti insonni, il buio al di là dal vetro, la sensazione che tutta la città dorma, la voglia di riposare un attimo. Non so se queste siano reazioni normali, o amplificate dalla scrittura, in un certo senso romanzate: o se, semplicemente, siano le sensazioni che tutti i genitori provano quando i figli sono minuscoli e fragili e incomprensibili e non-interattivi, e poi i figli crescono e cambiano e questi sentimenti si dimenticano, come si dice che succeda dei dolori del parto; se tutti i genitori vivano questo disagio e non ne parlino, per vergogna o per stanchezza o perché non ne vedono il motivo o perché non sanno a chi dirlo, o se magari molti genitori non lo vivano affatto, e succeda solo a qualcuno: e gli altri superino con agilità i primi mesi di vita dei propri bambini, saltellando come stambecchi tra culle, carrozzine, pannolini e salviettine imbevute.

Non lo so, e mi piacerebbe che qualcuno me lo dicesse: ma, si sa, se non sei madre non lo sai, e quindi pace, non lo saprò. Comunque, leggetelo, è davvero un bellissimo libro.

[Mate, torna presto].

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