Ma voi, quanto siete felici?

Ho sempre avuto l’autolesionistica abitudine di arrovellarmi sul livello di felicità delle persone; parenti ed amici, va bene, ma anche, non so, Max Gazzè che canta sul palco, terribilmente solo e concentrato, o il Presidente della Repubblica che legge il discorso di fine anno, affaticato e incisivo e attento, e anziano, o il contrabbassista che per tutto il concerto sta in piedi, da solo, in ultima fila, mentre il primo violino flirta col direttore e gli ottoni muovono le dita all’unisono e i violoncellisti voltano pagina, e lui, abbracciato al manico, che tira fuori note gravi e vagamente tristi e guarda gli altri che si divertono mentre sta a reggere quel coso ingombrante. Li guardo e la domanda mi affiora alle labbra con semplicità, dico passami una manciata di pop corn e poi chissà se sono felici davvero.

Per spazzare via una minima parte di dubbi, ed anche per avviare una sorta di statistica a ristretto e poco rappresentativo campione sulle mie poche e selettive amicizie, ho provato a porre il quesito su facebook. La risposta mi ha lasciata perplessa, e non tanto per il grado di felicità inalberato da ciascuno, la quantità di soddisfazione ottimismo contentezza esultanza, quanto per l’idea stessa di felicità che ognuno ha creato per sé. In molti hanno risposto che, se “felice” significa “sereno, tranquillo, privo di rovelli”, be’, ci sta lavorando. Per nessuno, se non per me che leggevo mento al petto, la felicità era stimolo, esplosione, slavina di emozioni. Per tutti, una sorta di atarassia da divinità olimpica. Oddio, per me questa è la situazione più lontana dalla felicità che si possa immaginare.

Io non penso di essere felice; se, come in molti hanno sottolineato, la felicità non è una situazione di lunga durata, la tendo a far coincidere con quelle acute stilettate di adrenalina che colpiscono quando sta per succedere qualcosa di bello, qualcosa che sai che sarà intenso, travolgente, emozionante, mai-più-come-prima o quasi. Tolti quei momenti, quella felicità-felicità, ci resta la felicità-a-lunga-durata, quella che per molti è serenità, calma, cuore che batte a velocità di crociera. Per me, quella è noia, e la noia è la più straziante dannazione della mia vita. Mi annoio tutto il tempo, mentre dormo, mentre mangio, mentre respiro. La felicità è mancanza di noia, per una mezz’ora o un pomeriggio o un’intera giornata addirittura. È la frequenza a 180 b.p.m., è la voglia di muovermi, è il pizzicore che mi prende quando ho voglia di scrivere, di parlare, di ascoltare. È avere qualcosa da fare, di bello o di meno bello, ma qualcosa. È l’assenza di vuoto. È anche tante altre cose, correre col semi-labrador, un bacio all’improvviso, la limonata gelata, quel sorriso che amo, il cielo da promessa di primavera che vedi a Palermo nelle giornate limpide di gennaio. Ma soprattutto è qualcosa, è il contrario di nulla.

É un bel libro da leggere, anche. È la voglia di cucinare, anche solo una pasta al pomodoro, ma con cura e attenzione e una foglia di basilico della mia pianta rediviva. È leggere Le piccole virtù, e pensare che non imparerò mai a scrivere o a pensare così bene, ma cono felice che almeno qualcuno prima di me, in mezzo alla sua rabbia e infelicità, abbia saputo farlo.

2 thoughts on “Ma voi, quanto siete felici?

  1. forse non imparerai mai a scrivere così bene come ne “Le virtù” ma scrivi così bene come Maria che è sempre un piacere leggerti 😀

    P.S.: felicità è anche dedicarsi alla preparazione di una super-insalata (tempesta di lattuga, slavina di finocchio, grandinata di mais, esondazione di patate e pioggia di olio e limone) 😀 😀 😀

    1. grazie, sto arrossendo… buona buona l’insalatona; solo, avrei sostituito il limone con aceto balasamico, o con yogurth bianco magro con una puntina di olio e sale

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