“Lui” chi?

Bandiera orgoglio transgenderQualche giorno fa, cincischiando su Facebook, mi sono imbattuta in un post di una pagina che seguo saltuariamente. La persona che gestisce la pagina, una scrittrice e conduttrice radiofonica italiana, solita passare parte dell’estate negli Stati Uniti, in Massachusetts, raccontava di un campo estivo a cui partecipa uno dei suoi figli; il campo, rivolto a bambini di cinque-sei anni e dedicato alla natura, è orientato al superamento degli stereotipi di genere e al rispetto delle identità più varie. Per questo ai piccoli è stata illustrata la possibilità di definirsi non soltanto con pronomi che identifichino il genere (he/she) ma anche con una svariata gamma di altri (they/ey/per/xe/zie) che non marchino questa appartenenza. Il post, nello stile brioso e umoristico tipico dell’autrice, si chiudeva con una serie di esempi su come la scelta di uscire dai canoni del binarismo per ciò che riguarda l’identità di genere possa essere d’inciampo nella vita quotidiana: i più eclatanti erano l’aver bocciato, da parte delle educatrici, la composizione delle squadre per una partita di pallone (i bambini chiedevano che si giocasse maschi contro femmine), e il non aver voluto far cantare ai piccoli una canzone in swahili il cui titolo, tradotto, significa “uomo forte”.

Al di là del post in sé, vagamente divertente e di grande interesse, per me, nel mostrare una realtà di cui non ho cognizione, quella dei campi estivi negli Stati Uniti orientali, quello che mi ha lasciata basita sono stati i commenti; la parola che compariva più volte, infatti, era “esagerazione”, e il senso complessivo, a voler sintetizzare, era qualcosa del tipo “va bene essere contro gli stereotipi, ma”. “Ma” cosa?, ho chiesto. Ma i bambini queste cose non le capiscono, mi è stato risposto: e, in un crescendo di assurdità, si è arrivati a dire che è contrario alla privacy del bambino chiedergli di scegliere con quale pronome appellarsi, e che la limitazione della libertà del singolo non è giustificata dall’entità della battaglia contro le discriminazioni di genere: di fatto, non poter giocare a pallone maschi contro femmine (ma poterci giocare formando le squadre in altro modo) e non poter cantare una specifica canzone in swahili (ma poterne cantare innumerevoli altre) sono limitazioni gravi e lesive della libertà dei piccoli campisti, e l’idea di rispettare la fluidità identitaria dei piccoli o la loro volontà di non dichiararsi appartenenti a uno specifico genere è un’assurdità americana, un eccesso, un portare il rispetto alle conseguenze estreme. Si invocava la possibilità di ricorrere, nella gestione della situazione, a una “via di mezzo” non meglio indicata, e di lasciare giocare i piccoli come meglio credono: poco importa se, nella squadra dei maschi, sarà costretto a inserirsi anche un ipotetico bambino che pensa a sé come a una bambina, o come a un essere umano piccolino di età e non maschio né femmina.

Come ormai faccio da molto tempo, ho provato a commentare, a spiegare il mio punto di vista, ad argomentare: ma dopo un po’ mi sono stufata e bon, ho mollato la conversazione: anche perché pensare che un bambino di quell’età non conosca la differenza tra maschio e femmina e non abbia chiaro se la sua identià di genere apparente corrisponda o meno a quella che lui esperisce mi sembra quantomeno assurdo. Sono un pochino delusa, questo sì: perché l’iniziativa delle educatrici del campo mi sembrava bella e interessante, e l’intrinseca chiusura che è venuta fuori dai commenti mi ha amareggiata. Addirittura qualcuno adombrava una sorta di eterodirezione degli adulti sull’identità dei piccoli (quello che, nei discorsi da fila alla posta, diventa “siete voi che mettete loro in testa queste cose, i picciriddi neanche ci pensano”) e di discriminazione verso i bambini cisgender. Vabbè, ciao.

Io non riesco neanche a immaginare quanto possa essere complessa la vita per un bambino transgender: ma penso che, se per farlo stare più a suo agio con sé stesso i suoi compagni di classe dovranno pensare un po’ di più a come formare le squadre di pallone, non ne avranno un gran detrimento.

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