Le parole sono importanti

Che la gente sia innamorata di Facebook è un dato di fatto; persone che avevano vissuto benissimo senza sapere che il ragazzino che al catechismo sedeva all’ultimo banco ora fa l’elettrauto ad Isernia adesso non sorbiscono il caffè se la barra blu non campeggia in alto sul monitor. Tra le amenità che il social network offre, c’è la possibilità di comunicare urbi et orbi la propria situazione sentimentale e la presenza di parenti nel magma informe di amici e conoscenti. Sullo stato civile, vige il dettame di tacere la verità, soprattutto se si tratta di una banale singleanza; allora, tutti impegnati col miglior amico o, possibilità glam come non mai, tutti in coro a dichiararsi vedovi. Per quanto riguarda i rapporti di parentela, una vasta gamma di spiritosi si proclama figlia e/o genitore dei propri coetanei. Fin qui, siamo al semplice passatempo sciocco; dirsi padre del proprio compagno di banco non è più furbo di passare un pomeriggio a lanciare caccole dalla finestra, ma tant’è. Ben diverso è il caso della moltitudine che annovera gli amici (intimi, stretti, d’infanzia) tra i fratelli. Là la situazione è complessa e una discussione improvvidamente avviata sull’argomento ha rischiato di degenerare in lite (capelli tirati, tasti del pc usati come proiettili da cerbottana, il semi-labrador in assetto di guerra). È un argomento sensibile, davvero. La tesi del partito la-mia-amica-è-mia-sorella è che gli amici siano i parenti che si scelgono (da immaginare col tono di Mina che pubblicizza spaghetti), e che dichiararli ufficialmente fratelli sia un segno di affetto, un riconoscimento di amore. Fin qui, posso anche capire; non seguo, però, chi mi dice che non si tratta di una semplice affermazione di tenerezza, ma di un dato di fatto. I fratelli, nel bene o nel male, sono qualcosa di diverso dagli amici; innanzitutto, ci sono stati sempre, sia nel senso che non sono apparsi nella nostra vita quando eravamo già adulti, sia nel senso che ci sono stati in ogni momento: non potevano, a fine giornata, aprire la porta e andar via, ecco. Un fratello c’è quando hai la varicella e ti gratti e pensi che le puntine non andranno più via, o quando hai visto Jurassic park di nascosto ed ora hai paura ma non lo puoi ammettere; c’è quando hai tre anni e piangi la notte, e se ha solo pochi anni più di te probabilmente piangerà anche lui, pieno di un’angoscia sorda di cui non sa il motivo. Mangiate allo stesso tavolo, tu e tuo fratello, avete lo stesso gusto, siete stati svezzati con lo stesso sapore. Avete un linguaggio comune, e non importa quanto vi azzanniate tutto il giorno, il DNA è quello. Una sorella è quella che era lì quando è morto il nonno, era lì quando vostra madre ha avuto una crisi epilettica, era lì quando hai deciso di studiare biochimica e tuo padre non ti ha parlato per tre giorni. Ha diviso con te i pasti, ha messo lo spazzolino nel tuo stesso bicchiere, ha soffiato sulle candeline per il tuo compleanno; ha rotto la tua macchinina, ti ha nascosto un ragno finto nel panierino dell’asilo. Era lì. Deleteria, noiosa, pesante, non-d’aiuto, ma era lì. Ti ha abbracciato e confortato, ha urlato e sbattuto porte, ha diviso responsabilità o è andata via per scrollarsele di dosso. Forse il problema è che le parole non hanno più il giusto peso, i conoscenti sono amici, gli amici sono fratelli. Ma non illudiamoci, anche i migliori amici sono ben diversi dai fratelli. Chiamiamo le cose col loro nome; le parole sono importanti.

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