La vita del vagabondo.

Dopo qualche giorno di silenzio, in cui ho seguito Mohamed da lontano, attraverso i messaggini di una persona della Comunità di Sant’Egidio che lo vede e sente spesso, oggi l’iraniano malmostoso mi ha chiamata un numero allarmante di volte. Il telefonino non funziona!, mi ha urlato in un orecchio in tono drammatico appena gli ho risposto: e ci sono voluti parecchi minuti perché riuscissi a convincerlo che, se in quel momento stavamo parlando, era perché invece il telefonino funzionava regolarmente. Allora funziona, ma solo se ti chiamo io, non posso ricevere!, mi ha comunicato sempre più agitato e per nulla persuaso delle condizioni del suo vecchio e derelitto alcatel. Abbiamo quindi fatto una prova: interrotto la comunicazione, ristabilita su mia chiamata. Mi ha risposto trafelato, al primo squillo, strepitando Lo vedi che non va?!, e anche questa volta ci sono volute calma e lucidità per convincerlo che non c’era proprio nulla che non andasse. L’argomento telefonia è stato dibattuto a lungo: sono state analizzate n+1 variabili che dimostrassero che il cellulare era guasto, da Non prende quando sono nella tenda a Non prende quando ci sono i gatti accanto a me, per finire con un trionfale Prende solo se parlo con te. Accantonati i telefoni, la chiamata ha raggiunto l’assetto abituale: io ho fatto l’ansiosa e subissato Mohamed di raccomandazioni, dal non fare avvicinare le persone a meno di due metri – Ma tanto qui non viene nessuno! – al lavarsi le mani spessissimo – E va bene, lo senti? Sono alla fontanella! – al non condividere con altri sigarette, bicchieri o bottiglie – Ma questo non lo faccio mai, non sai mai chi hai accanto in strada, sono tutti drogati e malati! Non si beve dal bicchiere degli altri! – all’aspergersi con copiosa amuchina – Tranquilla, me l’hanno portata quelli della Croce rossa, ho scorta per me e per i gatti!, No, Moha, i gatti no! Non mettere Shabe nell’amuchina, le fa male!

E come sta tua madre?, mi ha chiesto a un certo punto: perché lui sa che mia madre è immunodepressa, e che finché non passerà l’epidemia non ci vedremo, e che sono atterrita e non chiudo occhio da due settimane per questo. Come sta, eh?, mi ha ripetuto, e io gli ho detto Tutto bene, Moha, ma è in isolamento a casa, e lui mi ha detto E tuo padre?, e io ho detto Anche lui, e Mohamed ci ha pensato su qualche minuto e mi ha detto Devi prenderti cura dei tuoi genitori, loro ti hanno cresciuto, e io gli ho risposto che sto facendo del mio meglio per farlo, e mi sono sentita molto triste e impotente e sola e sull’orlo del panico, come ormai sono sempre da parecchi giorni.

Poi, quando ero sul punto di mettermi a piangere, si è sentita una voce che farfugliava, e poi Mohamed che gridava e diceva No no vattene subito!, e io mi sono ovviamente spaventata e gli ho chiesto che stesse succedendo: e lui mi ha detto che il ragazzo che guarda le macchine nella piazzetta, che di solito gli chiede soldi, gli ha portato un euro e dieci. Ma dai, che gentile!, ho commentato con gli occhi a cuoricino. Gentile?! Domani me li chiederà di nuovo!, ha esclamato Mohamed con tono burbero. E perché?, gli ho domandato. È la vita del vagabondo, questa, Stelluccia, mi ha risposto. Non potrai capire mai, ma ti voglio bene lo stesso e, almeno per telefono, ti mando un abbraccio e un bacio.

(Poi, insensatamente, due ore dopo mi ha chiamata di nuovo per dire che il telefono non funzionava, ma questi sono dettagli).

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