La notte, in ospedale.

Poche cose sono angoscianti come le notti in ospedale, quando non sei il malato ma solo la persona che lo accompagna: e non è per la scomodità di dormire su una sedia di plastica, con un giubbotto sulle gambe e una felpa troppo grande sui vestiti del lavoro e la testa appoggiata a una spondina di ferro, ma perché le ore gocciolano via lente, silenziose, immutabili; sono le due, e dopo due ore sono le due e sette, e dopo altre due ore sono le due e un quarto, e dopo un migliaio di minuti, di respiri e rantoli e lamenti e imprecazioni delle altre cinque persone della camera non sono ancora le due e mezza, e la notte si srotola davanti a te ancora intera, spessa e soffocante e abnorme, e non passa mai. Non c’è molto da fare, durante una notte in ospedale; puoi portare con te un libro, ma allora incapperai di sicuro nella squadra di infermieri che crede nel sonno come unica cura per ogni male: e quindi alle dieci è già buio pesto, e il cellulare si sta scaricando e la app “torcia” ingolla carica come pac-man con le sue pillole e il kindle è a casa sul comodino, e la luce del testaletto è troppo forte e ti addita subito come la pericolosa sovversiva che vuol tenere sveglia tutta la camerata, e allora signora scusi, per favore spenga o la rimandiamo a casa. Puoi portare il kindle, il giorno dopo, e lasciare il libro a casa: e allora, di certo, le luci saranno accese tutta la notte per poter controllare la paziente del primo letto che non si sente bene, e quindi nessuno nella stanza dormirà e ti chiederanno ogni pochi minuti un poco d’acqua, una mano per riuscire a girarsi sul fianco, il braccio per andare in bagno, e poi un cucchiaio pulito per mangiare il budino, e poi l’infermiera per chiederle se potevano davvero mangiare il budino dato che domani hanno la puntura lombare e forse dovevano stare a digiuno ma non se lo ricordano. Puoi mangiare qualcosa, di notte in ospedale: frugando nell’antina del comodino, nel buio di piombo della stanza, per trovare il pacco di brioscine portato da Fidanzatafiga: ma le brioscine sono dentro una busta che è dentro un sacchetto del supermercato che è dentro un borsone che è dentro il comodino, e tutti questi passaggi prevedono clangori di cerniere e colpi di sportello del comodino sulle gambe della sedia e crolli inconsulti di borsoni al suolo, con conseguenti rumori e persone sveglie nella stanza e signora per favore mi sistema il cuscino, e allora decidi che anche la brioscina può aspettare. In ospedale la notte segue orari diversi da quelli del resto del mondo: inizia alle nove e mezza e finisce prima delle sei del mattino, e in mezzo ci sono mille ore di angosce e pensieri, di cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così?, di congetture e sensi di colpa e scomodità estrema e disagio, di medici che scompaiono e che riappaiono alle due per controllare letto per letto i pazienti, e svegliarli uno per uno per chiedere se stanno dormendo bene, se vogliono il sonnifero, se per caso non starebbero più comodi col piede un po’ più in là. Di lamenti flebili ma continui, di voci che gridano stentoree il nome di un figlio che non è lì, di messaggini che chiedono se va tutto bene: e no, non va affatto tutto bene, ma un messaggino di conforto è sempre gradito e ben accetto, come anche una cugina con cui non parli da mesi che ti porta una tuta – è la mia, non l’ho lavata, spero che vada bene lo stesso – e due libri totalmente fuori luogo, ma basta il pensiero, come una telefonata a cui non puoi rispondere, come un penserio silenzioso che ti raggiunge lo stesso.

In queste due notti in ospedale ho sentito la vicinanza calda e dolce di molte persone, che mi ha confortata e stretta in un abbraccio solidale. E ho pensato a tutti coloro che, per lavoro, passano notti e notti su una sedia: i badanti, mai abbastanza lodati (e pagati), che nessuno ricorda mai di ringraziare.

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