La magia del Natale.

Quando ero piccola, i miei genitori lavoravano su turni, fuori città, a un paio d’ore di macchina da casa, in gelidi paesini sulle Madonie che contavano qualche centinaio di abitanti, molte pecore, un emporio che vendeva tutto, gomitoli di lana carne in scatola quaderni a righe, una chiesetta e, al più, una bettola dove mangiare carne arrosto e pasta col sugo di salsiccia. Erano quasi sempre fuori, i miei genitori, il giorno di Natale: e quindi, a casa nostra, i regali si aprivano in date random, il 22 o 23 dicembre, di solito; era piacevole concordare insieme quando farlo, e non mi sono mai chiesta, da bambina, come mai Babbo Natale arrivasse a casa nostra prima che dagli altri: perché a Babbo Natale non ho mai creduto. In questi giorni leggo sui social un profluvio di post in cui ci si lagna perché i figli, ormai abbondantemente in età da scuole elementari, hanno scoperto, spiando i movimenti dei genitori o su suggerimento di compagnetti di classe più scafati, che non esiste alcuna creatura sovrannaturale, in preoccupante sovrappeso e che veste discutibili panni rossi, intenta a consegnare regali ai bambini di tutto il mondo. Leggo di carote lasciate sul tavolo di cucina per le renne, di bicchieri di latte e biscotti preparati sul davanzale, di impronte create ad hoc con la farina per simulare la neve; soprattutto, leggo di genitori stupiti e dispiaciuti perché ragazzini di dieci-undici anni hanno perso “la magia del Natale”, e mi chiedo come davvero, davvero!, siano riusciti a non scivolare nella consapevolezza molto prima. Come hanno fatto a ignorare le evidenti incongruenze? Posso capire a quattro anni, ma a otto, a dodici, come hanno fatto? Hanno scelto di crederci lo stesso, o hanno finto solo per non deludere i genitori? E i genitori, perché ci tenevano tanto a mantenere viva l’illusione? Un Natale senza Babbo Natale è meno magico?

Io ricordo molto bene quanto mi piacesse ricevere regali, a Natale (mi piace moltissimo ancora ora!): e mi piaceva e quasi commuoveva pensare ai miei genitori che, tra una trasferta e l’altra, mentre smontavano le catene e riponevano i maglioni pesanti, trovavano il tempo per scegliere e comprare e incartare i regali per me. Mi piaceva vedere i pacchetti che si accumulavano sotto l’abero, provare a scuoterli per capire cosa ci fosse dentro. Mi piaceva, quando sono stata più grandetta, tenere da parte i soldi della paghetta per comprare i regali per gli altri: perché nella mia famiglia si usava che anche i bambini facessero i regali a tutti, adulti compresi. Ed era bello sceglierli insieme: erano pensierini molto piccoli, proporzionati al nostro potere d’acquisto, eppure sensati; erano la matita per le parole crociate per la nonna: ma una matita speciale, comprata nella cartoleria vicino alla scuola, con i fiorellini disegnati e la gomma, così se la nonna sbagliava poteva correggere senza impataccare il giornale. Erano i gessetti colorati per mia cugina, e un accendino per il nonno, sapientemente decorato da me con i pennarelli per renderlo meno minaccioso – l’accendino, ché il nonno non mi faceva paura. Era il posacenere di das che mio zio usa ancora, e che tiene sul mobiletto a ribaltina in ingresso. Era una macchinina per mio cugino, con la promessa di giocarci insieme e di non rompergliela, per una volta. Era quella, per me, la magia del Natale: non uno sconosciuto che mi porta dei giocattoli per premiarmi se sono stata buona, ma i genitori e i nonni che li scelgono per me, senza letterine e richieste, perché mi conoscono e sanno cosa desidero; era uscire con mio padre, nel freddo di dicembre, per scegliere undici regalini e incartarli uno per uno, e poi vedere la nonna, per il resto dell’anno, che preparava il pranzo usando l’accendigas che le avevo regalato io, e sorrideva ogni volta.

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