In sei in una tenda (si sta benissimo?)

Mentre ero in ufficio mi ha chiamata Mohamed. Come sta quella picciridda?, mi ha gridato in un orecchio – perché lui al telefono pensa sempre che non senta bene e quindi grida e dice Mi senti? ogni poche battute. Io all’inizio non capivo: da lui c’era rumore di vento e di camion che passavano veloci e da me ticchettio di tasti al pc e capo che chiamava, sono uscita in balcone e c’era freddo, sono rientrata per prendere il giubbotto, le telefonate con Mohamed non durano mai poco. Che hai detto prima, Moha?, gli ho chiesto, e lui Dimmi della picciridda, e ho capito che intendeva Ste che ha avuto un piccolo intervento e ha ancora i punti. Sta bene, gli ho spiegato: e mentre gli raccontavo in dettaglio quello che aveva detto il medico mi ha interrotta: Non mi interessa di quello che dicono gli altri, lei che dice, come si sente, pensa che sia andato tutto bene?, perché Mohamed non crede ai medici e pensa che ognuno di noi, ascoltando il proprio organismo, sappia autoregolarsi e curarsi in maniera autonoma. Dopo molti minuti di rassicurazioni – perché Ste sta benissimo, non ha fastidi o dolori o altro, ma Moha mi ha chiesto coscienziosamente se avesse qualcuno di questi sintomi, sanguinamenti o perdita della memoria o convulsioni o crescita di peli verdi sul palmo delle mani – abbiamo parlato del freddo: perché io sono molto angosciata dall’imminente inverno, e allora il gelo, la pioggia, la tenda, il vento, come si fa, che ansia. Giorni fa mio padre aveva portato a Mohamed un completo da pioggia: e Non avresti dovuto farlo venire qui, mi sono mortificato, mi ha detto. E di cosa, scusa?, gli ho chiesto. Sei stata di sicuro tu a costringerlo, poverino, fargli fare tutta quella strada, è vecchio, non è giusto. Avete la stessa età, Moha, gli ho ricordato, e poi è stata idea sua, io neanche sapevo che lo stesse comprando: ed è vero, è stato mio padre a comprare quel completo, lo ha visto esposto dal ferramenta mentre portava Nando a fare pipì e lo ha comprato e mi ha telefonato per dirmi Sai che cosa ho comprato?, e sentivo mia madre in sottofondo che diceva Sai cosa ha comprato papà?, e io stavo dormendo e ho risposto Cosa hai comprato?, ma sottovoce per non svegliare Ste che ancora dormiva, e loro non sentivano e Nando faceva bau bau, è stato un risveglio complicato. L’ho raccontato a Mohamed, e lui ha risposto Va bene, non fa niente: tanto io e tuo padre siamo comunisti, e tra compagni ci si aiuta. Poi gli ho chiesto del cane, quella bestiella gialla col muso nero e le zampotte tozze che ha adottato; Come sta Felipe, Moha?, che ho detto, e lui mi ha risposto Sta bene ma è una peste, quindi gli ho cambiato nome: tu lo puoi chiamare come vuoi, ma lui si chiama Sciagurato; dormiamo insieme, nella tenda siamo in sei: i quattro gatti, io e Sciagurato, stiamo al caldo e si sta benissimo.

Dopo alcuni minuti, mentre io parlavo sporta dal balcone, col busto inclinato oltre la balaustra e un piede a tenere aperta l’anta della finestra che è difettosa e rischiavo di rimanere chiusa fuori e lui strepitava per richiamare indietro Felipe, abbiamo chiuso la conversazione: e io mi sono accorta che stavo sorridendo, perché con Moha non si può non sorridere, il suo mix di cura per gli altri, buon umore, insensato ottimismo e sana follia è un antidepressivo naturale.

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