Il fine giustifica i mezzi?

Per cosa vale la pena lottare? E soprattutto, qual è il modo giusto per farlo? A poche ore dalla fine dei blocchi stradali imposti dal movimento Forza d’urto, mentre la Sicilia torna alla normalità (file medio-lunghe di auto ancora in attesa ai distributori di benzina, negozi – soprattutto i piccoli esercizi –  semi-sguarniti, traffico appena al di sotto della media da sabato pomeriggio di freddo, semi-labrador in forma smagliante), non è peregrino provare a chiedersi il senso, gli obiettivi e il risultato di questa strana, goffa e violenta forma di protesta. Un gruppo di persone – sparuto, in realtà –, della cui provenienza politica e sociale si è detto molto, decide di bloccare la Sicilia e di metterla in ginocchio (espressione figurata delle più banali, che ho usato solo perché presa di peso dalla dichiarazione del discusso portavoce dei manifestanti) per ottenere benefici economici e per tentare di impensierire il governo. Scaduti i cinque giorni canonici di agitazione, dopo aver vanamente minacciato di mantenere i blocchi, gli organizzatori hanno comunicato di essere pronti a spostare la protesta a Roma, per non inimicarsi la popolazione. Ma lo scopo di tutto, allora, qual era? Ottenere benefici concreti per la popolazione o almeno per una parte di essa? Impensierire il governo? Sgolarsi pateticamente sui social network lamentando scarsa copertura mediatica da parte delle tv? Trasformarsi in idoli delle folle? Manipolare l’opinione pubblica? Illudere centinaia di persone di stare facendo la rivoluzione? Ma cos’è, oggi, una rivoluzione? Ha ancora senso scendere in piazza con i forconi? Dal blocco dei trasporti chi è stato penalizzato, il governo o la piccola distribuzione? Chi ha tagliato le gomme del furgoncino che doveva rifornire la cartoleria all’angolo di blocchi e penne ha compiuto un gesto di rivolta o un misero atto di sopraffazione e teppismo? La rivoluzione ha davvero bisogno di una componente di violenza? O può partire dai gesti concreti, quotidiani, di civile e impegnata convivenza? Il fine giustifica i mezzi? E in questo caso, qual era il fine? Una protesta, se giusta e valida, non andrebbe continuata fino al raggiungimento degli obiettivi? Oppure, in epoca di spettacolarizzazioni esasperate, anche questa è soggetta al gradimento del pubblico? È più violento chi picchia una persona che vuole raggiungere il posto di lavoro o chi lascia senza benzina una regione, impedendo il normale svolgimento delle vite altrui? Gli scioperi hanno lo scopo di infastidire la collettività, o di farsi notare da chi comanda? Un’agitazione a oltranza degli autotrasportatori non evoca anche a voi orrendi scenari da sud-America anni Settanta?
Tolta di mezzo la minaccia di una protesta sine die, torniamo alla consuetudine da week-end: segreto della dama (alias salame di cioccolato, 75 g di burro+ 75 g di cacao + 125 g di zucchero a velo +un uovo intero e un tuorlo + 100 g di biscotti secchi + 50 di nocciole a pezzetti, il tutto lavorato e messo in frigo in un foglio di carta forno leggermente unta) pronto e Ultima corsa per Woodstock di da tentare di terminare, che sono due mesi che lo leggo e mi sta annoiando a morte. Proteste farlocche e gialli lenti oltre ogni umana sopportazione: per fortuna che c’è il dolce.

4 thoughts on “Il fine giustifica i mezzi?

  1. rimango convinta che questa “rivoluzione” sia stato un atto autolesionistico portato avanti da chi aveva determinati interessi. ma io sono una che pensa sempre male…

  2. Siamo sull’orlo del baratro. E come sempre c’è chi riesce strumentalizzare la disperazione, non ottenendo nulla. Siamo un paese troppo diviso e drogato di televisione e facebook per poter sperare un cambiamento o addirittura una rivoluzione intelligente

    1. più che disperazione, parlerei di esasperazione. per il resto, sono abbastanza d’accordo

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