I piatti della festa

Quando ero bambina e poi ragazzina, a casa mia gli onomastici si festeggiavano con più cura e attenzione dei compleanni. È sempre stato così, nella mia famiglia, e non mi sembrava strano, lo consideravo normale: ma quando, già grandetta, ho scoperto che invece tutti gli altri, compagni di scuola e figli di amici e vicini di casa, prestavano più attenzione al compleanno che all’onomastico e ho chiesto come mai da noi si facesse al contrario, Gli onomastici si ricordano più facilmente, fu la spiegazione della nonna, anche se io sul momento non ne fui molto persuasa, e ancora adesso non sono sicura che avesse davvero senso; ma tant’era.

Eravamo una famiglia poco numerosa, ma in compenso eravamo parecchio rumorosi e litigavamo spesso, con scoppi fragorosi di urla e qualche volta una porta sbattuta; eravamo anche molto uniti e abbastanza felici, insieme, e quando qualcuno di noi faceva l’onomastico andavamo tutti a mangiare dai nonni. Non importava che fosse mercoledì o venerdì, che mio padre smontasse da parecchie ore di guardia o che mio cugino il giorno dopo avesse la versione di greco, o anche che io avessi ginnastica artistica alle tre del pomeriggio: non era presa in considerazione l’idea di spostare l’appuntamento al sabato o alla domenica successiva, o di vederci a cena. Uno di noi faceva l’onomastico, tutti andavamo a pranzo dai nonni. Faccenda chiusa.

Il giorno dell’onomastico-di-uno-di-noi io di solito arrivavo dai nonni dopo la scuola con i miei cugini; saltavamo giù con gli zainetti in spalla dallo scalcinato scuolabus del signor Mandalà e affrontavamo i sei pieni di scale a piedi, e arrivati su scoprivamo che i nostri genitori non erano ancora arrivati. In compenso, trovavamo la nonna freneticamente impegnata con gli ultimi preparativi: il nonno, invece, di solito stava leggendo il giornale nello studio. Venivamo subito coinvolti: mio cugino, in qualità di maschio impavido e temerario, era invitato a compiere la pericolosissima operazione di allungamento del tavolo della stanza da pranzo. Intanto io impilavo i bicchieri sul carrello, mia nonna controllava il forno e si scottava il polso chiudendolo e metteva il ghiaccio e cercava la pomata e riapriva il forno e si scottava di nuovo. Mia cugina di solito si defilava, giocava con le barbie, ci accusava di non dedicarle abbastanza attenzione e si metteva a piangere. Poi pian piano iniziavano ad arrivare tutti, mia madre con la sua Panda amaranto che si riconosceva da diversi isolati di distanza, mio padre con i regali, mia zia con dei fiori gialli per la nonna; per ultimo di solito arrivava mio zio, quando noi avevamo già mangiato la pasta da un bel po’.

La nonna cucinava ogni volta una cosa speciale, il piatto preferito del festeggiato: il mio era la pasta al ragù, e poi la crostata al cioccolato; mia madre preferiva la pasta col sugo del latte e la crostata con crema e amarena, mio nonno la pasta con le cozze, mia zia la pasta al forno. Per tutti quelli che non volevano mangiare quello che era previsto, la nonna proponeva il menu alternativo: pasta con la salsa e cotolette. Io di solito mangiavo i piatti della festa, con una sola alternativa: quando c’era la pasta al forno, che insensatamente non mi piaceva.

Poi sono cresciuta, e i miei gusti sono cambiati, e la pasta al forno alla napoletana della nonna è diventato uno dei miei piatti preferiti: uno di quelli che so fare a occhi chiusi. Si cuoce la pasta, penne rigate: e se sono mezze penne o sedanini è ancora meglio. Intanto si prepara una besciamella morbida e non troppo densa, arricchita con noce moscata e grana grattuggiato, e si tagliano a cubetti prosciutto cotto e scamorza affumicata. Si assembla tutto, si inforna, si mangia.

In questi due mesi di isolamento dal mondo, di preoccupazioni e scoppi di rabbia e incertezza e mancanza, Ste mi ha chiesto la pasta al forno per ogni giorno di festa, Pasqua, 25 aprile, 1° maggio. E io gliel’ho fatta ogni volta, e ogni volta lei mi ha detto che era buonissima, più buona dell’altra volta; e ogni volta io mi sono chiesta come mai da bambina non mi piacesse, chissà.

E ogni volta, mentre mescolavo la besciamella masticando un pezzo di scamorza e dicendo a Ste di lasciare stare il prosciutto, che poi la pasta viene scondita, ogni volta ho pensato alla nonna, alla sua figura rasserenante in cucina, intenta ad allineare i piatti pieni, alla sicurezza assoluta che mi trasmetteva la sua voce, alla dolce fermezza con cui mi ha cresciuta. Mi manca ancora moltissimo.

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