I love Palermo.

Amo Palermo. Amo le sue strade e i suoi quartieri, i vicoli del centro e le borgate di periferia, le ville liberty e i palazzi di inizio Novecento, le chiese arabo-normanne e i ficus secolari e la vista dal Foro Italico, i cavalli rampanti sul tetto del teatro Politeama e le absidi della Cattedrale e quella fontanella un po’ sbrecciata a cui bevevo da bambina, tornando dall’asilo. Conosco pregi e difetti di Palermo: ma con vigore, visceralmente, la amo.

La amo perché ci sono nata, certo: perché sono stata abituata, da quando ho uso di ragione, a sentirmi protetta dalla sagoma incombente di Monte Pellegrino, a considerare “mare” solo quello di Mondello e dell’Addaura, a dare per scontato che il sole tramonti dietro Monte Cuccio e che un pasto in strada sia necessariamente a base di pane e panelle. Amo Palermo perché ci sono nata, quindi, e penso sia abbastanza ovvio; ma anche, poiché la amo, l’ho scelta: ho scelto di restare, di studiare e lavorare qui, di non andar via; e non c’è niente di male, a trovare una nuova casa e nuove strade e una nuova lingua e nuovi orizzonti per costruire il proprio nido, ma neanche rimanere è un peccato: non è solo e sempre un segno di paura del futuro, di scarso coraggio e desiderio di rimanere nella cuccia.

Amo la mia città e, come sempre quando si tratta di sentimenti forti e incondizionati, sono suscettibile alle critiche pretestuose e infastidita da chi, dell’oggetto del mio ardore, parla male: da chi spara a zero, da chi si fa accecare dai pregiudizi e soprattutto da chi, nato e cresciuto qui, sente il bisogno impellente di screditare tutti noi che viviamo a Palermo.

L’ultima, sgradevole esperienza, risale a qualche giorno fa: sul palco affollato di un social network, alla notizia che, in Canada (o analoga altra parte del mondo considerata pregiudizievolmente migliore di Palermo), gli utenti della metropolitana, impossibilitati da un guasto della macchina erogatrice ad acquistare il biglietto, avevano lasciato il corrispettivo sull’apparecchio stesso, una signora – che non conosco, né dal vivo né su Facebook, e che qui funge solo da pretesto per il post e non certo da capro espiatorio – si diceva sicura che a Palermo non si sarebbe mai verificato un comportamento analogo. Mentre una folla di sconosciuti annuiva col capo e mormorava è vero, signora mia, qua sono tutti ladri, io pensavo a quando, adolescente con zainetto, prendevo l’autobus; a volte l’obliteratrice era guasta: e allora tutti, in piedi nella calca, cercavamo una penna – me la presta per favore? Un attimo, prima me l’aveva chiesta quel signore col berretto – per appuntare data e ora sul biglietto. Non ero la sola a farlo: tutti, tutti, lo facevamo.

Amo Palermo, l’ho detto e ripetuto: ma, in generale, mi sembra che la critica cieca e gratuita alla città nasconda un retrogusto di vanteria, di autoincensamento, di pacca sulla spalla auto-somministrata; qualcosa del tipo: io non sono come i miei concittadini, li critico perché sono diversa, e il mio merito è accresciuto proprio dall’essere immersa in questo magma di maleducazione e inciviltà. Come se il messaggio sottinteso fosse: è facile essere ligi alle regole a Vancouver, ma provate ad esserlo a Brancaccio. Come se ci fosse un merito in più, nel pagare il biglietto a Palermo rispetto che a Montreal. Be’, io amo Palermo, quindi non ci sto.

I sapori di Palermo sono forti, agrodolci, decisi e robusti; come la caponata: melanzane fritte a tocchetti, sedano olive verdi capperi (dissalati) cipolla bianca sbollentati, tutto amalgamato a fuoco acceso con salsa di pomodoro. A freddo, si incorporano aceto e zucchero. Una delizia.

4 thoughts on “I love Palermo.

    1. si può, si può, ma di solito senza agrodolce si usa per condire la pasta. si serve a temperatura ambiente con i tubetti rigati 🙂

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