Ho imparato.

A non dare niente per scontato: neanche che la fame sia uno stimolo naturale, o che i biscottini ripieni di carne e verdure siano appetibili come è scritto sulla confezione, o ancora che il cuore batta sempre facendo tu-tum tu-tum. Ad ascoltare: un respiro irregolare e spezzato e affannoso e stanco, una domanda non fatta, il rumore di zampe inquiete e tremanti, il racconto di una giornata al mare in cui mancano tutti i particolari più importanti: il colore dell’acqua, il calore del sole, la croccantezza degli straccetti di pollo. Ad aspettare: che sia il momento adatto, che l’arrabbiatura passi, che se ne possa parlare insieme, che la fatica si smaltisca, che il respiro torni regolare anche stavolta. A sperare: nella medicina, nella fortuna, nelle preghiere altrui, nel buonsenso, nel riconoscimento di un buon lavoro fatto con amore; nella casualità, anche.

Che leggere non è la cura per tutto, e che ci sono momenti in cui il rumore dentro la testa è così forte che neanche le parole di Saviano riescono a farsi strada; e che la storia dettagliata dei cartelli della coca in Messico, sia pur interessante, a volte diventa un po’ prolissa, se nel libro vengono descritti con dovizia di particolari tutti (tutti) i morti ammazzati, e come e perché e da chi. Che non riuscire a leggere, o non trovare un bel libro da leggere, è fastidioso e sgradevole come la sabbia nel costume o l’acqua salmastra dentro la maschera, o come tentare di camminare sugli scogli con le ciabattine infradito di gomma e la borsa da spiaggia su una spalla e il flacone della protezione solare in mano. E che riuscire a entrare a pie’ pari in un bel romanzo può cambiarti la vita, o almeno la giornata, o rendere meno pesante un intero pomeriggio passato a brandire e sventolare un pezzetto di bastoncino pollo-e-aromi davanti al muso di un semi-labrador inappetente.

Che dire “basilico”, in un vivaio palermitano ad aprile, equivale a non dire nulla. E che ce ne sono diverse qualità, alcune più robuste e profumate e gustose e aromatiche di altre. E che il basilico rosso ha bisogno di mezz’ombra, quello foglia di lattuga è ottimo ma tende ad autosabotarsi, quello greco è delicato e buono ma ha foglioline minuscole che rimangono attaccate ai polpastrelli piuttosto che finire sull’insalata di pomodori: e che quindi, in conclusione, bando agli istrionismi da floricoltori in erba, il basilico banale e tondeggiante e modesto di sempre va più che bene, eh.

Che ci sono parole più dolci di altre, e che usarle più spesso fa bene al cuore. Che essere prevenuti sulle persone a cui vogliamo bene non è piacevole per nessuno, e che niente è antipatico come il sarcasmo inutile. Che non basta avere ragione, se non si riesce a far capire agli altri il proprio punto di vista. E che aspettarsi che una tavolata di trentenni si indigni per una frase violenta e inutile è solo fatica sprecata.

Che una stecca di cannella in infusione nel the dà un sapore dolce e aromatico alla bevanda, che un po’ scorza di limone sta benissimo nel sugo alla puttanesca, e che un pizzico di bicarbonato fa lievitare meglio le torte. Che imburrare bene lo stampo è un’arte, e che per un buon soufflé al formaggio basta preparare una gustosa besciamella, insaporirla con formaggio grattuggiato, unire i tuorli e infine i bianchi a neve: basta un po’ di attenzione, ma è più semplice di quanto sembri.

Ho imparato che poche persone contano per me: ma che, per loro, dovrei imparare a cambiare quei lati di me che malsopporto, invece di continuare a chiedere scusa. Spero davvero di riuscirci.

4 thoughts on “Ho imparato.

  1. Proprio un paio di giorni fa occhieggiavo piantine di basilico, indecisa se comprarne una o no. Alla fine non l’ho comprata ma quasi mi dispiacque. Per il semilabrador spero davvero che l’appetito si faccia vivo e le distrazioni canine si allontanino. Per te… già volere cambiare qualcosa di se stessi è fare un bel pezzo di strada verso il traguardo 🙂 un bacione!

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