Happy birthday.

Qualche giorno fa è stato il compleanno di mia madre; le ho gridato auguri auguri al telefono a mezzanotte del giorno prima, e poi la mattina intorno alle 9, e verso mezzogiorno ho risposto alla milionesima mail e ho programmato il milionesimo video su Facebook e ho spento il pc e ho deciso di recuperare nel pomeriggio le due ore di lavoro residue; sono andata a casa dei miei genitori, e ho preparato il riso pilaf con la salsa al limone e gli anacardi tostati e canenando ha mendicato bocconi per tutto il pasto, con aria compunta e dolente da fraticello di campagna impegnato nella questua. Dopo pranzo abbiamo fatto qualche scatto insieme con la Polaroid mentre canenando faceva photobombing apparendo con la lingua di fuori e le zanne in evidenza davanti alle nostre facce e agitando la coda accanto ai bicchieri dello spumante, e poi mia madre ha spento le candeline e canenando si è spaventato a morte e si è rifugiato con la coda tra le zampe sotto il tavolo, e poi ancora abbiamo mangiato una torta molto buona, ed ero parecchio felice. Ero felice perché non era affatto scontato, per me, poter festeggiare un altro compleanno insieme. Da quando, due anni fa, in una tarda mattinata grigia e gelida di marzo, mia madre è inaspettatamente morta e poi, sempre inaspettatamente, si è ripresa senza alcun danno, lasciando i neurologi piuttosto perplessi, la mia solita ansia è aumentata esponenzialmente, e mi ha portata a saltare in aria ogni volta che ricevo una chiamata in un orario inconsueto e a rimanere con gli occhi sbarrati, di notte, nel timore di (non) sentire squillare il telefono poggiato sul comodino.

La pandemia non poteva che peggiorare ulteriormente le cose: non per quel che riguarda la salute di mia madre, che graziealcielo è rimasta inalterata, ma per il mio esasperato ed esasperante bisogno di controllo, che fa in modo che la stressi continuamente dicendole di non uscire, non permettere a nessuno di avvicinarsi – ma chi diamine le si può avvicinare, in casa sua?, indossare sempre con attenzione la mascherina, arrivando a controllarla attentamente mentre si lava le mani: senza pensare che ha lavorato per molti anni in una sala operatoria, e quindi accidenti, sa bene come lavarsi le mani. Ma lei, che è una persona paziente e che cerca di non ferire mai i sentimenti degli altri, sopporta con sorridente e comprensiva rassegnazione le mie mattane, arrivando a misurare la temperatura giornalmente senza avere alcun sintomo solo per rassicurarmi sul fatto che no, non ha affatto la febbre; durante il lockdown mi faceva lunghe videochiamate per dimostrare di non fare neanche un colpo di tosse per intere giornate, e poi cucinava qualcosa di buono e la surgelava, e quando finalmente ci siamo potute rivedere mi ha dato barattoli di marmellata e crostate e lasagne e tagliatelle fatte in casa, e i suoi famosi crocchè di latte. Più le sto con il fiato sul collo e spio ogni suo gesto e mi lamento perché secondo me non è abbastanza attenta e precisa, più lei ride e mi prende in giro e minaccia di andare a leccare le maniglie delle macchine posteggiate sul viale, se non la pianto: ma lo fa con tale premurosa dolcezza da riuscire a sedare, almeno per qualche minuto, la mia ansia.

(Per colpa sua e dei suoi manicaretti diventerò spaventosamente grassa, ma va bene così: finché avrò cibo cucinato con amore da mia madre, niente potrà davvero spaventarmi).

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