Fieri ogni giorno (ma a volte un po’ di più).

La scorsa settimana c’è stato il Pride a Palermo. Io c’ero, immusonita e triste: pioveva molto e la mia bella era a casa, dolorante e sudata, vittima di una potente colica biliare. Mi sono rifugiata nel camper di Mohamed, nell’attesa che spiovesse, con i cani e le gattine e Mohamed e un suo amico sconosciuto, e i soliti sacchetti di cibo e borse di vestiti e misteriosi oggetti conservati per un possibile uso futuro. Alle cinque la parata è iniziata, alle otto eravamo al Teatro Massimo, alle nove ero a casa. In mezzo ci sono state le solite cose: musica trash, splendide drag queen truccate con cura, migliaia di persone sorridenti e allegre, adesivi rainbow, qualche cartello divertente, qualche faccia perplessa che scrutava dai marciapiedi, il trenino delle Famiglie Arcobaleno pieno di bambini contenti, qualche bandiera, un’atmosfera generale di gaia spensieratezza. Tolto il mio umore da basset-hound con le zecche, tutto praticamente perfetto. Praticamente.

Praticamente, ecco, perché io non sono mai contenta, e tendo a lagnarmi con frequenza: e, per esempio, inizio col chiedermi perché la manifestazione si chiami Palermo Pride, e non Gay Pride (di Palermo), o Lgbt+ Pride (di Palermo). Di cosa siamo fieri, esattamente, mentre sfiliamo per le strade della città cantando Supercafone? Di essere palermitani, di vivere a Palermo? Non lo so: io amo la mia città e ne sono molto fiera, ma sabato scorso stavo ribadendo la mia fierezza di essere lesbica, non di vivere nel capoluogo siciliano; eravamo, la maggior parte di noi, lì in quanto appartenenti alla comunità lgbt+: e allora mi piacerebbe che questo, da qualche parte, spuntasse. Dare un nome alle cose è fondamentale, e se faccio la sagra della porchetta non la chiamo Sagra del Lazio o Fiera delle margherite, ecco. Quello che non si nomina non esiste, o esiste molto poco, e io voglio esistere.

Di sera ho incrociato un post su Facebook, dove veniva mostrato un video del sinnaco Ollando, padre buono di Palermo, politico che stimo e apprezzo; la didascalia recitava “Ormai da anni il Palermo pride non è più il “Gay pride”. Il Pride di Palermo è la festa dei diritti di tutti e di tutte, degli omosessuali, delle donne, dei bambini, dei migranti, degli anziani,dei lavoratori. Il Pride di Palermo è la festa di tutti coloro che vivono a Palermo o che scelgono di vivere a Palermo”. Ecco, questa frase condensa il fastidio, il disagio, il senso di frizione che ho provato sabato: il senso di uno snaturamento. È giusto, è sacrosanto, è bello e sano manifestare per i diritti di tutti; solo, facciamo una manifestazione ad hoc: e io ci andrò, lo giuro. Ma al Pride vorrei che si parlasse di gay, di lesbiche, di bisessuali, di transgender; di Gpa, di stepchild adoption, di matrimonio egualitario, di legge contro l’omofobia; di figli di coppie omogenitoriali ancora senza diritti, di bullismo omofobico sul lavoro e nelle scuole, di transfobia. Altrimenti facciamo la festa dell’Unità, o un corteo per i diritti civili, o qualsiasi altra cosa: ma quella di sabato scorso doveva essere una manifestazione per i diritti e la tutela della comunità lgbt+, non una generica manifestazione di sinistra (perché, per qualcuno è necessario ribadirlo, i valori dell’accoglienza, dell’eguaglianza, della giustizia sociale sono valori profondamente di sinistra). Mi sembra un controsenso enorme, quasi un cortocircuito mentale: facciamo una manifestazione per esserci in quanto gay, lesbiche, bisex e transgender, e poi di fatto non ci siamo. La corsa a voler ribadire che il pride non è “degli omosessuali” ma di tutti mi sembra un’ipocrisia, l’ennesima volta in cui siamo costretti a scomparire: come scompariamo dai necrologi sui giornali (non ho mai letto “Morto Mario Rossi, lo piange il compagno Luigi Bianchi”), dalle trasmissioni telesivise (avete mai sentito, in un qualsiasi programma della tv generalista, “Questo è il concorrente Mario Rossi, accompagnato dal marito Luigi Bianchi”?), dai libri (in cui i gay fanno solo i gay e non sono quasi mai connotati in altro modo, non sono mai benzinai o tassisti o commendatori, ma solo gay, macchiette destinate a una vita di dolore o a concepire figli non desiderati in una notte di ebrezza), dalla vita comune. Io voglio esserci: e voglio, pretendo, che almeno una volta l’anno si parli di me, e non mi si metta sotto l’ombrello di mille altre istanze, tutte correttissime e ineccepibili, ma fuori luogo in quel contesto.

Mi sembra che i pride abbiano perso il potere dirompente, esplosivo di un tempo; ho visto pochi cartelli, poche scritte, poche persone con abbigliamenti inconsueti: e mi sembra, ecco, che ci stiamo appiattendo, ci stiamo eteronormando, come se non volessimo farci notare, come se dovessimo scusarci. Ho letto migliaia di post che recitavano “c’erano anche i bambini, le persone discinte o bizzarre erano poche”: come se volessimo dire che noi non siamo quelli che danno scandalo, siamo gli impiegati in tailleur o in cravatta, i vicini di casa che ti danno una tazza di zucchero se gliela chiedi; non giriamo col culo di fuori, non diamo fastidio, stiamo tranquilli e buoni. Ma io tranquilla e buona non sono stata mai, e scendo in piazza anche e soprattutto per ribadire il diritto di tutti noi di essere come siamo e come vogliamo: anche bizzarri, anche discinti, anche trasgressivi, coi boa di piume o la salopette di jeans, con gli occhi bistrati o i capelli rasati; non dentro gli schemi, non dentro le righe.

Nota a mrgine: le madrini del pride di quest’anno sono state Porpora Marcasciano e Letizia Battaglia; ora, con tutta la stima per una grande fotografa, qual è il suo legame con la comunità lgbt+? Continuo a chiedermelo.

[Ovviamente, la mia stima per chi si è fatto in quattro per organizzare la manifestazione è enorme e imperitura: hanno fatto un ottimo lavoro, su questo non ci sono dubbi].

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