Fenomenologia del condominio, ovvero i vicini di casa all’epoca della quarantena.

Da quasi sei anni, Ste ed io abitiamo in un appartamento al settimo piano di un palazzo alto e molto assolato, in una zona di semi-periferia stretta tra un quartiere vagamente snob e la circonvallazione con le auto che sfrecciano sul sottopassaggio e gli autobus e i camion della spazzatura che accelerano e frenano e suonano il clacson a ogni ora. Ogni piano ospita tre famiglie: al nostro stanno Vicinainvadente e Vicinidistratti. Vicinainvadente è una donna in là con gli anni, che reputa normale bussare con insistenza alle otto di domenica mattina per chiedere aiuto nello svitare il tappo un po’ ostico di una boccetta di smalto rosso fragola. Dopo anni di pretese di assistenza quotidiane per risolvere problemi complessi e di fondamentale importanza come una cerniera lampo inceppata, Vicinainvadente ha improvvisamente deciso di giurarci odio, quando le ho fatto notare che aspettarci sul pianerottolo e impedirci di entrare in casa con i sacchetti della spesa perché aveva bisogno di noi per cancellare i messaggi del gestore telefonico dal suo vecchio Nokia non era un atteggiamento cordiale o urbano. Il risultato è che non vediamo Vicinainvadente da un paio di mesi, ma la sentiamo quotidianamente litigare al telefono con parenti lontani, fornitori incompetenti e ignari operatori di call center.

Vicinidistratti, invece, sono una coppia poco più grande di noi. Lui è burbero ma fondamentalmente gentile e una volta mi ha aiutata, sbuffando e lamentadosi, a caricare le casse di acqua in ascensore; ha un’insana passione per il karaoke, e la quarantena gli dà tempo a sufficienza per coltivare quotidianamente il suo hobby, con nostro sommo sgomento. Lei è simpatica, gentile e alla mano: e a Pasquetta abbiamo chiacchierato amabilmente, ai due lati del vetro smerigliato che separa i nostri balconi, mentre prendevamo il sole – lei su una sdraio, noi in bikini su un telo da mare, abbondantemente asperse di protezione solare. Ci siamo confessate reciprocamente oscuri timori per il futuro lavorativo e una generalizzata ansia: e abbiamo deciso di comune accordo di non andare a fare la spesa ancora per qualche settimana, ma di continuare a ordinarla a domicilio. Se avete bisogno di qualcosa, bussate!, ci ha detto: Tanto, sono sempre a casa, ha chiosato con una risata. E io non credo che le busseremo, ma il fatto che ci abbia esortate a farlo mi è sembrata una cosa molto dolce, e ne sono stata contenta.

Al piano di sopra abita una famiglia con due bambine: di loro sappiamo solo che sono appassionate di danza, perché prima della quarantena le vedevamo uscire ogni giorno, con tutù e chignon, serie e compunte come delle giovanissime e cicciottelle carlefracci. Per anni ci siamo stupite della loro capacità di non far rumore: non abbiamo mai sentito scalpiccìo di passi, piedini che saltellavano o giocattoli scagliati al suolo. Adesso, invece, sembra che l’intera famiglia Vicinidanzanti abbia come unico passatempo quello di spostare i mobili, far strusciare i tappeti, trascinare letti e divani. Ne ignoriamo il motivo.

Al piano di sotto abita una coppia piuttosto giovane. Hanno un bambino di pochi mesi, che piange costantemente. Loro urlano, il bambino strilla, loro gli intimano il silenzio, lui sbraita. La quarantena non c’entra, facevano così anche prima. Comprendo la loro fatica, riesco a sentire il loro disagio, ma non ho idea di come aiutarli. I Viciniesasperati sono anche francamente esasperanti.

Dal 9 marzo non usciamo di casa se non per buttare la spazzatura o andare in farmacia, e tutti i nostri rapporti con gli altri vicini si svolgono dal balcone o in fugaci incontri nel portone. Il palazzo è molto più rumoroso del solito, e io non posso mai annaffiare le piante perché tutti stanno sui terrazzini e sbirciano per capire se quelle sette sparute gocce d’acqua sono cadute dai nostri vasi o da quelli della famiglia al nono piano, i Vicinidranti che allagano l’intero palazzo ogni volta che bagnano il loro ficus.

Merita una menzione speciale il Vicinoconlamascherina: pensionato, sfaccendato, che ogni mattina va a compare il pane e ogni pomeriggio scende a portare giù i sacchetti per la raccolta differenziata. Indossa sempre la mascherina, un modello costoso, di quelli con la valvola. La mette sempre, rigorosamente, con il naso fuori. Chissà che qualcuno, un giorno, non gli spieghi che così ha poco senso.

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