“Esempio” a chi?

Una manciata di settimane fa, mia madre è stata parecchio male; è stata una cosa improvvisa, inattesa, destabilizzante e orrenda, anche se per fortuna si è conclusa rapidamente e in maniera sorprendentemente positiva. In quei giorni, molte persone del suo coro le hanno inviato messaggi, pecorelle pasquali, preghiere e libri; ovviamente, per far fronte alla mole di comunicazioni su smartphone, mezzo col quale mia madre ha meno dimestichezza che con l’islandese, sono stata convocata io: e lì, sciorinando le mie doti di copy e la mia molto invidiata capacità di scrivere coi pollici, ho dispensato decine di Grazie, anche a te, di Non dovevi disturbarti, di Speriamo di vederci presto, di No, domenica a messa non verrò. Sono stata, credo, sufficientemente gentile e cordiale: ho indossato un tono pacato e neutro, degno di una persona ricoverata ma che sta tornando a casa: preoccupata ma non troppo, dolente ma non troppo, interessata ai messaggi ma non troppo; mi sono lasciata andare a qualche citazione biblica, che col pubblico che mi era stato assegnato fa sempre grande effetto, sono stata parca di faccine che mia madre odia e che non utilizzerebbe neanche se costretta, ho evitato congiuntivi, puntievirgola e punti esclamativi.

Sono stata, dicevo, gentile con tutti: tranne che con la persona che ha avuto l’ardire di scrivere Sei un esempio per tutti noi; a quel messaggio, trasformandomi da rotondetta trentenne a mostro verde della Marvel, ho reagito con astio, virulenza ed evidente fastidio: perché non c’è niente che odi di più della gente che dice a un malato di considerarlo un esempio. Ma un esempio di cosa, buon dio?

In questi giorni, mi capita sovente di trovarmi in compagnia di una persona con un passato pesante alle spalle, una brutta storia di violenza domestica; la persona di-cui-sopra ha innumerevoli pregi ma, ai miei occhi, un grande difetto: quello di porsi sempre, in qualsiasi situazione e contesto, come una vittima. Anche con astanti che non conoscono (e non hanno motivo di conoscere) il suo passato, l’atteggiamento è sempre quello di chi ha subìto un oltraggio – ed è indubbio – e lo continua a subire ogni giorno, ogni minuto, in ogni frangente: anche quando le si rivolge la parola in maniera serena, le si chiede di fare qualcosa di assolutamente adeguato, le si offre un cioccolatino o un bicchiere d’acqua; ha scelto di ridurre la sua vita a quell’aspetto, come se fosse l’unico degno di nota, l’unico caratterizzante la sua persona. Non prova a far emergere altri lati di sé: ha scelto di ammantarsi di quel ruolo e basta. È lo stesso ragionamento di chi vede un malato come un esempio: non una persona, con una gamma multiforme di luci e ombre, passioni e idiosincrasie, amori e antipatie, hobby e passatempi e musica da ascoltare e libri preferiti e malocarattere e puzza di piedi, ma una figurina bidimensionale, esclusivamente compreso nel ruolo di malato. Lo so, ne ho parlato spesso, ma mi urta in maniera indescrivibile: mi sembra il peggior affronto che si possa fare a chi cerca di trovare, al di là della propria salute traballante, stimoli e obiettivi per vivere bene.

E comunque, la goffa e irrispettosa mittente del messaggio incriminato è stata severamente redarguita e ha ritenuto di non parlarmi più: immagino che me ne farò una ragione.

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