Due o tre cose che ho imparato (conoscendo Mohamed).

Da una manciata di mesi, nella mia vita – e anche in quella di Ste, che subisce senza lagnarsi tutte le mie manie e ossessioni – c’è Mohamed: un architetto sessantenne iraniano, senza casa (e adesso, dopo l’incendio di un mese e mezzo fa, anche senza camper) e con una spiccata predilezione per gli animali domestici, divertente e spiritoso e riconoscente, ma anche malmostoso e cocciuto e complicato, incostante e umorale, pronto a passare da una risata sgangherata alla commozione fino alle lacrime, dalla rabbia al disagio ai sorrisi al mutismo, da ma cosa ne sai tu di me a grazie, ti voglio bene nel giro di un quarto d’ora.

Da quando c’è Mohamed, molte cose nella mia vita sono cambiate; al filo sottile ma persistente di ansia che scorre da sempre sotto la mia pelle si è aggiunta una dose massiccia e intermittente di angoscia: perché Mohamed è vulnerabile come un cucciolo, dolce e pronto a credere a (quasi) tutto quel che gli viene detto, fiducioso nelle buone intenzioni altrui, ottimista e sorridente anche nelle disgrazie, e quindi portato a farsi condurre fuori strada da chiunque voglia turlupinarlo, o semplicemente parli senza cognizione di causa.

Da lui ho imparato molto: adesso ho una discreta conoscenza della storia dell’Iran, e anche un minimo bagaglio di parole in persiano (pronunciate pedestremente, ma non si può avere tutto); ho appreso qualche nozione sugli scacchi e gli integrali, sull’educazione dei cani e sui costumi della Jugoslavia all’epoca di Tito, sui viaggi in treno tra Asia ed Europa e su come gestire il dolore, la lontananza dalla famiglia, la paura e la solitudine. Ho imparato anche altro: ad esempio, che le persone si stancano facilmente, e che basta un mese e mezzo per passare dall’assiduità al fastidio, dalle mille chiamate al giorno al silenzio per settimane, dalla volontà di aiutare e proteggere e supportare Mohamed all’alzare le spalle dicendo se la caverà come ha sempre fatto. Ho imparato che, per quanto in pochi lo ammettano, quasi nessuno tratta un senzatetto come un uomo qualsiasi, come un amico o un conoscente dotato di casa: ma la maggior parte delle persone che si rapportano con lui si aspettano che un senzatetto debba essere per natura sereno e docile, riconoscente e disposto a farsi plasmare, che non abbia idiosincrasie e fastidi, passioni e desideri e sogni e la strenua volontà di realizzarli. Ho imparato che essere povero e indifeso significa che chiunque ti può criticare perché bevi, perché ti trascuri, perché mangi troppo o troppo poco, perché non ti radi con regolarità o indossi sempre gli stessi vestiti: anche se la persona che ti critica è obesa o fuma quaranta sigarette al giorno o si compiace di ubriacarsi ogni sera con gli amici. Ho imparato che avere a che fare con un senzatetto può essere molto faticoso, fisicamente ed emotivamente: perché la rabbia e la disperazione e il disagio di Mohamed mi restano attaccate addosso per giorni, quando lo vado a trovare, insieme a un profondo, insensato e lancinante senso di colpa: e mi sento sola e non capita e giudicata quando ne parlo, e quindi preferisco non farlo. Ho imparato che si può avere pochissimo, e quel poco volerlo dividere con gli altri: che sia una fetta di pizza a taglio, uno yogurt alla frutta, tre monete trovate in fondo a una tasca. Ho imparato che un abbraccio molto forte può aiutare, quando il tuo camper brucia e i cani non si trovano e tutto sembra perso: ma che servono, poi, per uscire dal caos, razionalità ed equilibrio, e capacità di non lasciarsi trascinare a fondo, e voglia di stare a fianco di chi soffre senza condizionarlo, senza avere l’ambizione di cambiare la sua vita.

Ho imparato che l’affetto non è mai scontato. Ho imparato che poche cose scaldano il cuore, in una notte ghiacciata e piovosa, come un sorriso sdentato e sghembo e imprevisto.

 

 

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