Dove dormono i più piccoli.

Non ho figli, con ogni probabilità non ne avrò mai. Non ho neanche, purtroppo, nipotini, o bimbi di amici e amiche da vedere crescere: è vero, c’è Pagnottino, splendido esemplare di bimboriccioluto, ma l’ho incontrato solo una manciata di volte, e ci sarà Lorenzo, sempre che i suoi genitori non decidano di cambiargli nome, che dall’ecografia sembra bello e simpatico ma ancora è troppo presto per; in conclusione, non ho molte frequentazioni bambinesche, al momento. Per questo motivo, l’ultimo argomento al mondo su cui potrei mai pronunciarmi è proprio l’educazione dei più piccoli: ma le conversazioni da social network sono un po’ questo, un gruppo di persone che blaterano di cose di cui sanno poco o nulla, e quindi pace.

Da quel che vedo, dalla mia finestra – parziale, limitata e per nulla significativa su un campione più ampio di un gruppo di venti-quarantenni simpatici e un po’ cialtroni – sui social, sembra che l’attitudine contemporanea del genitore sia improntata al non fare: non spronare il bambino a spannolinarsi prima dei sedici anni, non lasciargli sperimentare la pappa-da-solo fino a che non è in grado di cucinarla, non farlo dormire nel suo lettino (per non dire della sua stanzetta) fino alle soglie dell’adolescenza, non smettere di allattarlo al seno prima che riceva una pagella. Per me, che sono cresciuta in una famiglia in cui era vergognoso che i bambini non usassero autonomamente il gabinetto a un anno e mezzo, sono situazioni assurde. Trovo folle soprattutto il fatto che possa essere il bimbo a decidere se e quando lasciare il letto dei genitori; ma davvero qualcuno, a due-tre anni, preferirebbe dormire da solo in un lettino a sbarre, in una stanzetta lontana dai grandi, piuttosto che nella comoda cuccia familiare del lettone? Capisco la tenerezza che possa derivare dallo svegliarsi con un musetto sorridente accanto, o la praticità del non dover attraversare un corridoio alle tre di notte, rischiando di inciampare su camioncini e costruzioni e bambole di pezza, perché quello stesso musetto è spalancato in un pianto dirotto, e sono cosciente che molte persone abbiano dormito con i genitori fino a tarda età senza riportarne danni permanenti, ma davvero è così necessario farlo? O è forse un’esigenza propria dei genitori, quella di trattenere il fagottino morbido e profumato tra le lenzuola familiari, anche quando ha ormai le dimensioni di un ometto scalciante o di una signorina vezzosa? Perché un bambino sano e sereno non dovrebbe poter dormire nella sua stanza, con una lucetta accesa e i genitori a pochi metri, con un pupazzo sul cuscino e i suoi giusti spazi? Perché dovrebbe aver difficoltà a staccarsi dalla madre, perché dovrebbe cercare l’allattamento al seno nel cuore della notte, quando di giorno mangia pasti degni di un muratore trentenne? Quali sono le esigenze dei bambini, e quali quelle degli adulti? Cosa vuol dire, come leggo costantemente su Fb, che i piccoli hanno bisogno di essere accuditi a tutte le ore: che un quattrenne deve essere abituato ad avere i genitori sempre svegli al fianco, a qualsiasi ora? E quando imparerà a contare su se stesso, a consolarsi da solo, a non andare in panico quando lo sguardo della madre non è a portata del suo? È più comodo tenere i bambini a nanna nel lettone, o forzarsi a non accorrere al primo vagito per lasciarli liberi di riaddormentarsi nel loro lettino? Ed è davvero da sadici lasciare che i piccoli piangano un po’ – ma solo un po’ – prima di piombare a calmarli, lasciando loro il modo di crescere?

Di amore materno parla un bel giallo, A chi vuoi bene di Lisa Gardner. Ho conosciuto i libri di quest’autrice tramite il suo bravo traduttore, me ne sono innamorata. Ora sto leggendo il terzo, Toccata e fuga, consigliatissimo.

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