Si fa presto a dire “disabile”.

Parecchi mesi or sono, una mia conoscente ha pubblicato su facebook un post che recitava pressappoco così: Cosa provate quando vedete arrivare una persona in sedia a rotelle? Sono rimasta un po’ interdetta; mentre fioccavano le risposte – ed erano quasi tutte “Stima per la sua grande forza di volontà”, “Ammirazione”, “Mi sento piccolo e insignificante”, “Penso a quanto è inutile la mia vita” – ho cercato di analizzare come mi senta, io, al cospetto di una persona in sedia a rotelle: e mi sento esattamente come al cospetto di una persona in piedi, o seduta, o sdraiata sulla spiaggia al mare. Provo stima – se si tratta di qualcuno che conosco e di cui ammiro le capacità lavorative, o le doti morali, o la bontà del suo pandispagna – o ripugnanza, affetto o sconforto, nervosismo o indifferenza o amore o rabbia, nella stessa misura in cui le provo per le persone che mi circondano (con una netta prevalenza per nervosismo e rabbia, ma per colpa della mia malmostosità e non della loro disabilità).

Alcuni giorni fa, sempre su facebook, una persona a cui voglio bene e che stimo ha pubblicato un post dedicato a Pierangelo Bertoli, cantautore che mi piace moltissimo. Si faceva riferimento al fatto che fosse in sedia a rotelle e lo si esaltava per questo, affiancandolo a Bebe Vio e Alex Zanardi: dei grandissimi davanti a cui sentirci piccoli, non per le loro indubbie capacità musicali o sportive, ma anche e soprattutto per la loro disabilità. Ne è nata una discussione che ho preferito troncare, perché so bene che la persona-di-cui-sopra aveva le migliori intenzioni del mondo, e io sono notoriamente virulenta e intollerante. Ma.

Ma sono stanca che, di un Pierangelo Bertoli, si noti la sedia a rotelle e non (o comunque, marginalmente) la voce potente, i testi incisivi, la musicalità energica e, perché no?, gli occhi azzurri. Che di una Bebe Vio, che ha elasticità, esplosività e grande capacità di leggere le strategie degli avversari, si evidenzino solo cicatrici e protesi. Così come disprezzo e detesto chi maltratta i disabili, chi li deride o riduce al rango di esseri incapaci di badare a sé stessi o di prendere decisioni per la propria vita, chi, in un locale pubblico, non rivolge la parola al disabile ma al suo accompagnatore, provo fastidio per questa visione “angelicata” dei disabili: tutte splendide persone, dotate di grande forza di volontà, da prendere a modello. Mi sembrano le due facce di una stessa medaglia: quella che riduce, comunque, il disabile a una non-persona, che non ne evidenzia pregi individuali e difetti personali, ma lo considera parte di un mucchio indistinto. Personalmente ho conosciuto disabili intolleranti, razzisti, stupidi o accidiosi, esattamente come ne ho conosciuto di interessanti, cordiali, colti o eleganti. Essenzialmente, ho conosciuto molte persone: alcune stavano su una sedia a rotelle, alcune erano cieche, altre usavano la Lis, altre ancora si servivano di un bastone; devo dire che, parlando con loro o trascorrendo del tempo insieme, non erano questi i particolari che saltavano all’occhio per primi.

A volte, basterebbe solo andare oltre le apparenze ed essere un pochino più curiosi.

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