Di quando finii per la prima volta in commissariato (e non avevo ancora dieci anni).

Quando ero piccola, abitavo con i miei genitori in un quartiere residenziale: uno di quelli con i palazzi bassi e i giardini e le macchine che corrono veloci sullo stradone, con l’edicola e il bar e la merceria ma niente scuola, o almeno, non abbastanza vicina da raggiungerla a piedi. Per questo, i miei genitori mi avevano iscritta, dopo un faticoso biennio in una scuola di frontiera in cui ero tre anni più piccola della media dei miei compagni di classe, ad un’elementare che si trovava a qualche centinaio di metri da casa dei nonni. Il meccanismo era semplice: mio padre mi accompagnava in auto ogni mattina, mi lasciava a scuola una buona mezz’ora prima dell’orario di ingresso e andava al lavoro. All’uscita, lo scuolabus mi scodellava dalla nonna, dove ingurgitavo un pasto completo di tre portate, frutta, pane, caffè e cioccolatino a tappe forzate, guardavo Non è la Rai o La ruota della fortuna cominciando a fare i compiti e aspettavo che mio padre venisse a recuperarmi per portarmi a ginnastica artistica e poi di nuovo a casa. Il viaggio di ritorno sullo scuolabus lo facevo con i miei cugini: tutti e tre frequentavamo la stessa scuola e loro, con mia somma invidia, abitavano nel palazzo della nonna.

Lo scuolabus era un pulmino volkswagen grigio chiaro guidato da un sessantenne burbero e ammaccato; a me sembrava vecchissimo e faceva molta paura. Il signor Mandalà guidava con espressione imbronciata, ci faceva salire sullo scuolabus con espressione imbronciata, si rivolgeva a noi, in qualsiasi situazione, con espressione imbronciata. Aveva la tendenza a caricare sullo scuolabus un numero di bambini nettamente superiore alla reale capienza del pulmino; io e i miei cugini, ad esempio, occupavamo in tre due posti: Tanto quella là è piccola, diceva il signor Mandalà indicando mia cugina, stringetevi e lei si siede in braccio. Ogni giorno uscivamo da scuola alle 12:30 e prima delle 13 varcavamo la soglia del portone della nonna, salutavamo il signor Carbone, l’anziano portinaio a cui eravamo molto affezionati, e ci accingevamo a salire sei piani a piedi con le cartelle sulle spalle, perché la nonna, ligia alle regole, non ci lasciava prendere l’ascensore da soli, dato che nella cabina c’era un cartello che recitava È vietato l’uso dell’ascensore ai minori di anni 12 non accompagnati, e nessuno di noi tre aveva più di dodici anni.

Solitamente il viaggio da scuola a casa avveniva senza intoppi: noi bambini scambiavamo figurine o bisticciavamo, il signor Mandalà si lamentava delle nostre intemperanze, mia cugina si lagnava, mio cugino cercava di convincermi a giocare a carta forbice pietra. Un giorno, però, un giorno di inizio primavera – andavo in terza elementare – un’auto della polizia decise di fermarci. I documenti del signor Mandalà furono accuratamente controllati, e purtroppo qualcosa non andava; ci vollero interi quarti d’ora per capire cosa non funzionasse: interi quarti d’ora in cui tutti noi rimanemmo sul pulmino, fermo a un angolo di strada, mentre il signor Mandalà spiegava il suo punto di vista e i poliziotti stavano in silenzio e scuotevano la testa. La situazione sembrava grave e il signor Mandalà fu invitato ad andare in commissariato: e ci andò col pulmino e tutti noi a bordo. Tutti noi che ovviamente, all’inizio degli anni Novanta, non avevamo un telefonino o qualcosa di simile per chiamare la famiglia. La nonna, a casa, aspettò a lungo; poi iniziò a preoccuparsi. Anche il signor Carbone, non vedendoci arrivare, si preoccupò, e citofonò alla nonna per sapere se ci fossero nostre notizie. La nonna non ne aveva, e non sapeva a chi chiederle; il nonno era fuori città, tutti i nostri genitori erano al lavoro, il custode della scuola, consultato per telefono, confermò che sì, eravamo saliti sul pulmino molto tempo prima; i vigili, raggiunti anche loro per telefono, non sapevano come aiutarla: non c’erano stati incidenti nelle strade intorno alla scuola. Finalmente, quando ormai le due del pomeriggio erano passate da un pezzo, una solerte poliziotta telefonò alla nonna dicendo Signora, lei ha tre nipoti che fanno le elementari alla scuola Madonie? Questo è il commissariato San Lorenzo, i bambini sono qui. Mi sono sempre domandata come la nonna sia riuscita a mantenere la calma e venirci a recuperare con la sua 126 azzurra: ma era così preoccupata e affannata che aveva il cappotto sul grembiule e il telecomando del televisore in tasca. Facemmo il nostro ingresso trionfale a casa alle tre: il signor Carbone ci aspettava davanti al portone con aria perplessa.

Di quel giorno ricordo solo la fame e la noia, e mia cugina che sfogliava l’album con le figurine della sirenetta, e la nostra preoccupazione all’idea della nonna sola in casa ad aspettarci. Alcuni dei bambini che erano con noi si spaventarono molto, altri considerarono la giornata un simpatico diversivo; di uno non si riuscirono a rintracciare per telefono i genitori e fu riaccompagnato a casa con la volante. Ancora adesso mi chiedo come mai a nessuno venne in mente di far finire il giro di consegna alunni al signor Mandalà prima di portarlo in commissariato, né di offrirci un panino o un succo di frutta. Fu una delle giornate più assurde della mia vita.

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