Depre.

Qualche giorno fa ho rivisto Il mio miglior nemico, uno dei film di Verdone a cui sono meno affezionata; in mezzo a decine di battute sciocche e gag prevedibili (e sì che di solito i film di Verdone mi piacciono) si inseriscono un paio di dialoghi tra Silvio Muccino e Sara Bertelà, che interpretano rispettivamente un figlio molto protettivo e condiscendente e una madre depressa e particolarmente scassaballe; il giovane, affranto non tanto per la malattia della madre ma per i suoi sani tentativi di curarsi, attacca interminabili pipponi contro “le pillole”: dichiara di sentirsi un pusher perché le procura le medicine – che, immagino, saranno state prescritte da un neurologo o uno psichiatra – e inveisce contro di lei cercando di convincerla ad abbandonarle.
Solo il fatto di avere un unico pc funzionante in casa mi ha trattenuto dal gettarlo dal settimo piano, per interrompere prima possibile la malefica visione.

Conosco un buon numero di persone che fanno uso di psicofarmaci: e lo fanno per reale necessità e sotto controllo medico; da quando hanno iniziato la cura, molte di loro stanno molto meglio, qualcuna sta proprio bene (ed è una cosa che mi rende pazza di gioia ogni secondo della mia giornata), qualcuna sta ancora cercando di prendere le misure con la situazione ma ce la faràa breve: ma tutte sono state molto, molto male, e la scelta di curarsi con i farmaci è stata da me fortemente caldeggiata: esattamente come spronerei un diabetico a prendere l’insulina o un cardiopatico a non trascurare la cura suggerita dal cardiologo. Mi sembra abbastanza ovvio, scontato, pacifico: se ho un disturbo, parlo con un medico e seguo i suoi consigli per guarire.

Mi sfugge come mai, ancora oggi, ci siano persone ritenute intelligenti che sembrano non capire: che considerano gli psicofarmaci una scorciatoia, che guardano con pietà e sospetto chi li usa e ne trae indubbio beneficio, che cercano di instillare vani sensi di colpa (“io sto male come te ma non prendo nulla, tu sei debole e hai bisogno delle pillole”): ecco, io provo profonda pena e un sordo rancore per queste persone. Pena perché vedo, nelle loro parole, la loro piccolezza: mi fanno pensare a bambini in età prescolare che simulano il mal di pancia per avere le attenzioni della mamma che si sta occupando del fratellino in fasce; rancore perché non hanno chiaro il danno che provocano: con le loro parole fomentano la medievale teoria che la malattia psichica non sia, appunto, una malattia, quindi un accidente casuale e stronzo che può colpire chiunque di noi, ma una colpa, generata da una personalità poco forte, poco resiliente, poco reattiva; fanno sentire a disagio qualcuno che sta soffrendo, che pensa (a torto!) di non aver speranza di guarigione, che si sente in un vicolo cieco: e così come picchierei con molta violenza un uomo, se lo vedessi intento a fare lo sgambetto a uno zoppo, così vorrei poter mandare a quel paese tutti quelli che aggravano le sofferenze di chi sta male con i propri insulsi giudizi.

Anzi, penso che da domani lo farò: risponderò per le rime e con veemenza a chi dice “non posso lavorare con uno che si stordisce di pillole”, a chi fa il verso a una donna che piange, a chi si sente superiore perché sa affrontare la vita “senza aiuti chimici”. Meglio ancora, lo faccio da subito: iniziate ad andare a fanculo già adesso e risparmiatemi il fiato, please.

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