Chomolungma, la dea madre del mondo.

Campo base dell'EverestVivo a Palermo da quando sono nata: e amo la città, il caos, l’odore acre di inquinamento salmastro che si mescola al dolcefiorito dei miei gelsomini, il rumore delle macchine; non per niente, ho costretto la mia bella a vivere sulla circonvallazione, in un posto così rumoroso che d’estate, se apriamo le finestre, la sera, non sentiamo più la tv. Non mi piace molto il mare e ho poca familiarità con la montagna: a parte qualche settimana bianca sulle Dolomiti, da ragazzina, e un paio di gite sulle Madonie e sull’Etna, vanto la conoscenza solo di Monte Pellegrino che, nonostante l’amore tributato dalla città, non è altro che una collina bassotta e multicolore. Per questo, la mia recente passione-ossessione è del tutto fuori luogo: ma, complice la visione casuale di un film, Everest, ho sviluppato una dipendenza da tutto ciò che parla di spedizioni sull’Himalaya. Soffro di vertigini fin dall’infanzia: ho avuto difficoltà ad abituarmi alla nostra casa al settimo piano, a Monte Pellegrino non mi sono mai affacciata dal belvedere, durante le gite in montagna non riesco a guardare il paesaggio, mi sono rifiutata di salire sulla Torre Eiffel e sulla Mole Antonelliana; anche gli scivoli del parco acquatico sono proibitivi, per me: e questo non fa che aggiungere attrattiva a libri e film in cui, invece, ci sono persone che si librano a 8000 metri sul livello del mare, in condizioni di carenza di ossigeno, attaccati a una corda fissa posata magari qualche anno prima, con una insensata fiducia nelle proprie piccozze e nella benevolenza del fato, solo per il piacere di arrivare in cima. Credo che sia questo che ad attrarmi: l’assoluta inutilità pratica di tutta questa fatica, la capacità di impegnare almeno due mesi di vita per un’impresa che potrebbe fallire in qualsiasi momento, la perseverenza nella preparazione fisica e medica, la sfida alla morte, e tutto semplicemente per potersi misurare con le proprie capacità.

Prima di intraprendere la lettura di libri e articoli sull’argomento, delle scalate himalayane non sapevo nulla: adesso so pochissimo, è chiaro, ma quel poco mi spaventa ed esalta insieme, e spinge la mia mente iperrazionale a cercare un senso. Perché una persona “normale” dovrebbe mettere in atto quella che è, di fatto, una condotta ordalica in piena regola, ricevendo dagli astanti (e anche da me, che tremo di paura avviluppata nel mio piumone) lodi e complimenti? Delle persone che tentano la scalata al monte Everest (ma anche al k2, al Nanga Parbath, al Lhotse, all’Annapurna), un quarto muoiono durante l’impresa: e i loro corpi restano lì, scavalcati dagli altri scalatori che si affollano in vetta. Delle persone che raggiungono la vetta, una quantità considerevole riporta lesioni permanenti, prime tra tutte la perdita delle mani o dei piedi. Durante le fasi finali delle scalate, non è raro che persone in difficoltà vengano lasciate indietro e, di fatto, condannate a morte: una perversione dei valori abituali degna di una situazione di guerra, motivata dall’assolutà impossibilità di salvare qualcun altro senza mettere a repentaglio la propria vita. Posso, con enorme sforzo, riuscire a comprendere la volontà di affrontare i propri limiti e mettersi alla prova in maniera così violenta e priva di margine di sicurezza: ma mi stranisce come, chi affronta questi rischi, non incorra nel biasimo sociale, come succede, invece, a chiunque altro si metta in condizione di pericolo estremo senza necessità. Davvero non mi è chiaro: ma il fascino che questa natura, minacciosa e spettacolare, riveste anche su di me che sono la persona più lontana al mondo dai rischi inutili, è enorme.

Tra i libri che narrano di ascensioni sull’Himalaya, quello che più mi ha attratta è stato Aria sottile di Jon Krakauer, che racconta in prima persona la scalata all’Everest del 10 maggio 1996.

Per ora cucino molto poco: la mia bella mi vizia e mi rimpinza di piatti deliziosi. Dopo degli stupendi involtini di melenzane, è stata la volta delle crepes con ricotta, spinaci e speck; sto tramando per farle dichiarare Partimonio dell’umanità Unesco.

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