Cose che mi sono piaciute (visitando Londra per la terza volta).

Tate BritainI pennuti che affollano i parchi: soprattutto quelli che si aggirano, tronfi e starnazzanti e sculettanti, per St. James’s Park, pronti ad aprire il becco per ingollare i bocconi di pane che le persone lanciano in acqua, a spiccare brevi voli sul pelo dell’acqua, ad ergersi sulle zampe per battere velocemente le ali, con un’aria minacciosa vagamente ridicola.

Le carte topografiche del rione, con l’indicazione You are here, imbullonate a ogni angolo di strada, nel centro della città: così numerose e dettagliate e didascaliche da risultare quasi fastidiose; le persone che, intente a vederti percorrere con l’indice una di queste carte, si fermano spontaneamente e ti chiedono What are you searching for?, e ti spiegano il percorso o ti accompagnano fino all’incrocio, ché tanto da là Go straight on e sei arrivato.

La pioggia continua, persistente, instancabile, così sottile e lieve che anche tirar su il cappuccio sembra un’esagerazione; l’aria gelida e cristallina che si va intiepidendo nel corso della giornata; la sensazione di essere in autunno, e la breve vertigine che si prova ogni volta che affiora la consapevolezza che no, è quasi ferragosto.

Gli scoiattoli che zampettano e avanzano a balzelloni, impassibili, sotto gli alberi, per nulla infastiditi dalla presenza umana: e, anzi, si lasciano corrompere facilmente con naccioline e anacardi e spingono il loro zelo fino a mangiare dalle mani degli esultanti benefattori.

La constatazione che il fatto che in Inghilterra si mangi male è un falso mito: ma il fish&chips è bollente e buonissimo e fragrante, e le colazioni a base di yogurt, frutta, miele e muesli sono quanto di più godurioso si immagini, e gli innumerevoli negozi che vendono panini, sandwich e insalate e frutta e frullati già pronti, esposti in enormi banchi-frigo, sono in grado di generare immediata dipendenza.

Visitare Cambridge, che è una cittadina universitaria arcinota, ma io non c’ero mai andata e non sapevo che fosse in gran parte cinque-seicentesca e per questo parecchio suggestiva, che sorgesse su un fiume navigabile e che avesse un pub sul fiume in cui prendere una birra o una spremuta d’arancia con il sole in faccia (e la speranza di qualche lentiggine in più).

I canali di Londra, che non conoscevo, e che sono molto curati e sicuri, pieni di gente in bicicletta e persone a passeggio coi cani e battelli ormeggiati e case-barca con le tendine alle finestre: e un delizioso pub su uno dei canali, a Islinghton, dove abbiamo mangiato e bevuto e passato una bellissima (ultima) serata).

I gatti che sonnecchiano fuori dai giardini, sui marciapiedi dei quartieri residenziali, e che, sussiegosi e alteri, accettano carezze dagli sconosciuti.

Il cibo giapponese, che è diverso da quello che si mangia in Italia, ma sembra, a me che non sono mai stata in Giappone, più gustoso e fantasioso e autentico e speziato, più giapponese-giapponese e meno giapponese-da-cartolina, e uno strano ristorante giapponese di Camden Town, dove abbiamo assaggiato moltissimi tipi di sushi e di maiale e di noodles, gestito da un’intera famiglia che si alternva aai tavoli e in cucina e che alle 10 ci ha comunicato che dovevamo andar via, loro stavano chiudendo, ma noi eravamo già pieni oltre il limite della capienza e siamo rotolati via in silenzio.

Il quartiere di Finsbury Park, dove le vie sono ampie e pulite, c’è silenzio e serenità, e una diffusa sensazione di sicurezza; dove le strade principali hanno negozi di parrucche multicolori e strepitosi fruttivendoli zeppi di frutta e ortaggi e verdure che non conoscevo, e ristorantini etnici e pub in cui vedere la partita; dove la domenica si incontrano moltissimi tifosi dell’Arsenal, con la maglia rosso-bianca e l’espressione delusa, ma non truce e battagliera come mi aspettavo.

E poi, in ordine sparso, la pulizia delle strade, i segnali di Keep right sulle scale mobili, che sono un po’ fastidiosi nel loro tono didascalico ma mi evitano il terrore di essere urtata da qualcuno che corre verso la banchina, la suprema comodità di usare il bancomat ovunque, la metropolitana che passa ogni minuto e quindi se la perdi pace, non fa nulla; i musei gratuiti in cui rifugiarsi quando piove, i pedalò sul laghetto di Hyde Park, il panino con pollo e verdure grigliate, i cani sempre al guinzaglio; lo sfarzo di Harrod’s con le albiocche a 50 £ al chilo, la confusione e un’aria di vaga finzione al mercato coperto di Covent Garden, la vista dal piano di sopra, in autobus; la voglia di tornarci.

L’essere state accolte con dolce sollecitudine, con consigli e indicazioni e percorsi da fare a piedi, con tessere della metropolitana e taxi notturni, con cene succulente e affetto; la sensazione di essere in famiglia, a casa.

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