Consigli per i (piccoli) lettori.

A cinque anni ero una bambina bassetta e magra, in jeans e felpa con le toppe, perennemente in lotta col cerchietto e innamorata delle mie scarpe da ginnastica col velcro. Frequentavo la prima elementare, avevo una brava maestra e un forte desiderio di imparare a leggere. I miei genitori seminavano sempre libri e riviste e opuscoli e blocchi di appunti per la casa, sul panchetto del bagno o in pile accanto al letto o sul tavolino del salotto, i nonni leggevano il giornale dalla prima parola all’ultima con puntiglio da correttori di bozze, le nonne facevano le parole crociate: anche io non vedevo l’ora di girare, seria e impettita, buffa come può esserlo solo una bambina con i codini stretti da elastici a forma di coniglietto, con un libro in mano. Non ricordo grandi difficoltà, ma neanche processi lenti e laboriosi o fantastici disvelamenti: so solo che, come per magia, tutt’a un tratto bum!, sapevo leggere. Con la premura e le buone intenzioni tipiche di genitori giovani e di sinistra, sono stata immediatamente fornita di un libro e del permesso di leggere quando volevo, a tavola e a letto e dai nonni e al mare, se mi andava. Ma.

Ancora adesso rinfaccio ai miei genitori l’insensata scelta del mio primo libro: il famoso tomo che mi venne offerto, tra lacrime di commozione e foto ricordo, era una terrificante edizione delle favole di Esopo; c’erano Il cane e la carne, La volpe e la cicogna, La rana e il bue e altre amene storielle. Le illustrazioni erano lugubri, le storie strampalate e mortifere, la trama si esauriva in un giro di parole. Il mio mondo è crollato: a che serviva leggere, se dovevo riempirmi la testa di volpi meschine, rane megalomani, cani sciocchi e cicogne parlanti? Seguirono mesi di tristezza e incomprensione: mi chiedevo a chi importasse di quegli odiosi animali e come mai i miei genitori, e i nonni e gli zii, fossero felici di passare il tempo in maniera così tediosa. Mi ha salvato la vita, ora lo so, il Corriere dei piccoli: e anche la Pimpa, e poi 365 storie, un librone che era appartenuto a mia madre e che conteneva storielle divertenti, poesiole e filastrocche, una per ogni giorno dell’anno. Qualcuna la ricordo ancora ora.

Sono stata portata in libreria, poi, e lì finalmente sono stata felice: ho scoperto le edizioni illustrate di alcuni classici e anche autori che i miei genitori non conoscevano, come Bianca Pitzorno e Christine Nöstlinger; ho iniziato, qualche anno, dopo a leggere una collana di gialli per bambini che mi terrorizzava e galvanizzava e la serie del Club delle baby-sitter che adesso cerco in ebook, in inglese, dato che qui non viene più pubblicata. Finalmente capivo come mai gli adulti fossero felici con un libro in mano: bastava trovare la storia giusta.

Adesso che passo la maggior parte del mio tempo su Facebook e che bazzico i gruppi dedicati alla lettura, per passione e per lavoro, provo un brivido quando leggo post di genitori che lamentano lo scarso amore per i libri dei propri figli; il panico mi investe, poi, quando qualcuno consiglia di stimolarli con Pattini d’argento o David Copperfield o Il gabbiano Jonathan Livingstone. Infine, quando qualcuno si lamenta della passione dei propri ragazzi per i fumetti, scappo terrorizzata scagliando al suolo lo smartphone e coprendomi le orecchie. Ma davvero c’è chi pensa di poter fare avvicinare alla lettura dei marmocchi sette-ottenni proponendo libri belli, ma dalle tematiche ormai lontane dal mondo attuale, o troppo astratte e simboliche? Chi, a sei anni, si sciroppava senza un lamento David Copperfield? Non sarebbe meglio partire con Topolino, o Geronimo Stilton, o le Favole al telefono di Rodari, o qualcosa di Roald Dahl?

Bisogna fare attenzione, l’amore per la lettura è delicato e mutevole: se viene pigiato tra le pagine di un librone troppo pesante per l’età o per il lettore, si schiaccia.

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