Come se non ci riguardasse, come se fosse altro da noi

Ci sono date che fanno parte stabilmente dell’immaginario collettivo; ci sono commemorazioni che nessuno dimentica: se il 27 gennaio, giorno della memoria, non metti almeno una candela sulla tua bacheca Fb verrai tacciato di antisemitismo e costretto alla gogna mediatica. Per giorni la televisione trasmetterà film melensi o retorici o semplicemente noiosi sulla Shoa, e sulle pagine dei social network verranno consigliati libri che parlano di bambini con il pigiama a righe, Hitler che ruba coniglietti e simili. Un senso di colpa collettivo ci spegnerà il sorriso, soffocherà l’ironia, ci farà sentire in dovere di mostrarci tristi, o almeno seri e compunti, come al funerale di un vicino di casa con cui hai scambiato a stento poche parole. Ieri ricorreva il ventennale dell’inizio dell’assedio di Sarajevo: un disgustoso silenzio lo ha accompagnato. Sui giornali la notizia è comparsa in sordina, su Fb è passata praticamente inosservata. Oltre al mio profilo personale, sono co-admin di una pagina molto frequentata, che conta qualche migliaio di adepti e un buon centinaio di persone che commentano giornalmente: ho postato il video di Vedran Smailovitch che suona l’adagio di Albinoni tra le macerie fumanti della biblioteca di Sarajevo, e nessuno – nessuno! – ha pensato di sprecare un mi piace. Perché?
Senza polemiche, senza intenti accusatori o persecutori, mi piacerebbe sapere perché, perché di una guerra che abbiamo avuto, per quasi quattro anni, dietro la porta di casa, non importi nulla a nessuno. Perché gli abitanti di Sarajevo non meritano, se non un briciolo di pietà, neanche pochi secondi di attenzione? 11.000 morti, 50.000 feriti di cui l’85% civili, una migrazione epocale, un ributtante esempio di pulizia etnica e nessuno che senta la necessità di sprecare una parola. L’assedio più lungo della storia moderna si è perpetrato nel cuore dell’Europa, nel disinteresse degli esportatori di democrazia, nella colpevole insipienza dei caschi blu; e oggi, vent’anni dopo, gli abitanti di Sarajevo ricordano il massacro che li ha colpiti mentre il resto d’Europa pensa ad altro, a Bossi, alla crisi greca, a Cassano che forse torna in campo, alla via Crucis del Papa al Colosseo. Perché? I bosgnacchi sono meno degni di attenzione degli ebrei sterminati dal nazi-fascismo? Forse è l’immotivato disprezzo collettivo per le genti slave, che bolla chiunque, dalla Slovenia alla Russia, come ‘zingaro’, con tono di velato disgusto? È la sensazione che si siano uccisi ‘ra loro, in una guerra fratricida e quindi meno grave, a distogliere l’attenzione? C’è troppo poca distanza storica? C’è solo disinteresse, menefreghismo, l’idea che sia meglio non ricordare pagine così disgustose? Certo, i cittadini musulmani di una città dei Balcani non potevano competere, come stirpe eletta, con gli unti del Signore. Cos’è che ci fa tacere? La sensazione di essere tutti un po’ colpevoli? Di non aver fatto abbastanza? Di non aver difeso una città inerme, di non aver gridato allo scandalo? Di non aver mandato pacchi di cibo e vestiti e batterie e radioline, di non aver pregato, di non aver pensato? Non ricordate i convogli di bambini lacrimosi e sporchi di moccio che raggiungevano l’Italia? Le trasmissioni radiofoniche in serbo-croato, su Radio Due? Le immagini oscene di una città spolpata masticata vomitata con i suoi abitanti, con i suoi alberi, la sua storia, la cultura, i libri e la musica e i mercati? Vi siete dimenticati la biblioteca in fiamme, le granate che colpivano i palazzi, l’orrenda carezza di Mladic al bambino di Sebrenica? Dove eravamo, come abbiamo fatto a permetterlo? Dovremmo almeno ricordare: per dignità, per senso morale, per impedire che accada di nuovo.

Quando si parla di assedio di Sarajevo, mi vengono in mente tre libri; il primo è Venuto al mondo della Mazzantini, romanzo che ho detestato ma che ha il merito di essere ambientato nella Sarajevo prostrata dai bombardamenti cetnici. Il secondo è Lo specchio di Sarajevo di Adriano Sofri, una antologia degli articoli scritti per l’Unità, il Manifesto e Cuore mentre si trovava in quella che definisce una prigione a cielo aperto. Non riesco a trovarlo, anche se Sellerio dovrebbe averlo ristampato da poco, ma ho letto molti degli articoli che lo compongono, e lo sguardo lucido e dolente di Sofri aiuta a chiarire molto di quel periodo oscuro. L’ultimo è un libro per ragazzi, che ho letto appena uscito, con la guerra ancora in corso: ero bambina, non capivo, volevo sapere, è stato illuminante. Si chiama Diario di Zlata, è il diario di una moderna e meno sfortunata Anna Frank nell’inferno di Sarajevo. Se ancora si trova in catalogo, ma temo di no, vista la sua evidente natura di istant book, provate a leggerlo; mi ha dato la stessa orrenda sensazione di Persepolis di Marjane Satrapi: l’idea di un massacro che avviene a pochi passi da noi, che non ci interessa, che bolliamo come ‘fatti loro’. Come se se la fossero cercata, come se fosse parte del loro dna. Come se non ci riguardasse, come se fosse altro da noi.

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