Cinque anni di Nando.

Nell’agosto del 2014, caldo umidiccio e noiosetto come tutti i mesi di agosto a Palermo da che ho memoria, i miei genitori adottarono Nando; il mio amato Miró era morto da molti mesi, io avrei lasciato casa di lì a qualche settimana e un meticcetto giallo dall’aria spaurita sembrava il miglior succedaneo alla mia futura assenza: Ti hanno sostituita, aveva chiosato qualcuno traducendo in parole quello che appariva naturale ed evidente. Silenzioso, impacciato, timido e insicuro, Nando appariva, dalle foto che mi aveva mandato la ragazza che lo aveva in stallo e ne curava l’adozione, la bestiola più adatta a inserirsi nel contesto familiare; dopo dieci anni con un semi-labrador nero deciso, sicuro di sé, esigente e ostinato, i miei genitori cercavano un cucciolo affamato di coccole, un cane che, alle lunghe passeggiate nei boschi, preferisse i grattini dietro le orecchie, i massaggi alle zampe, i bocconcini gustosi: a detta di mio padre, un cane da pensionati, uno che non saltasse su dalla cuccia alle sei del mattino, ma che lo accompagnasse alle nove a prendere i cornetti vegani al panificio. Ecco, Nando era proprio come speravamo.

Cinque anni dopo, il cucciolo buffo e divertente di un tempo è cambiato molto poco: ha raggiunto la stazza di un cocker e ha ancora le orecchie frementi e un ciuffo di peli bianchi all’estremità della coda. È dolce e ansioso, sempre pronto a scappare sotto una sedia a ogni rumore improvviso o porta che sbatte. È pigro, non ama le passeggiate e va convinto con lusinghe e vocine buffe a uscire in passeggiata: e una volta fuori, raggiunto l’angolo della strada, autonomamente ritorna con aria decisa verso il cancello, guardandoti con la sua migliore espressione da Possiamo tornare a casa? Ha sviluppato un atteggiamento protettivo e vagamente assillante nei confronti della famiglia: auto-insignitosi del ruolo di cane pastore, si offende quando qualcuno esce a far la spesa e lo rincorre abbaiando stizzito; la sua personale idea di serenità è avere tutti in uno spazio ristretto e facilmente controllabile – ad esempio, in fila su un divano o attorno a un tavolo – al suo cospetto, mentre lui, impettito davanti alla porta, si accerta che nessuno faccia irruzione nel soggiorno e ci rapisca tutti. Ama, nell’ordine, mio padre, i bocconcini succulenti, far scappare le tortore, mia madre, i cuscini del divano, Ste, che bacia appassionatamente non appena la vede, dare la zampa ed essere spazzolato, me. Odia i vicini, le persone che stendono il bucato, quelle in bicicletta, i gabbiani, il camion della spazzatura, chi brandisce una scopa, gli starnuti e i fuochi d’artificio. Ama che gli si lanci la pallina, ma odia inzaccherarsi le zampe di fango: e dato che casa dei miei genitori ha un giardino, e che il giardino ha la terra, e che la pallina finisce nella terra due volte su tre, quando gliela lancio, il gioco solitamente prevede che io alternativamente lanci e recuperi la pallina mentre lui mi guarda con aria curiosa.

Nando ha sviluppato, negli anni, un infallibile intuito: identifica a primo sguardo chi, in una tavolata di venti persone, gli cederà senza rimpianti le croste della sua pizza, chi si lamenterà del suo alito bollente sui piedi, chi gli chiederà incessantemente di mettersi seduto. Dopo due minuti di conoscenza, aveva già capito che Massimiliano e Alessia lo avrebbero sprimacciato come un cuscino, e li guardava con un sorriso beato, come di chi ha trovato dei nuovi amici molto divertenti.

Nei giorni scorsi, mentre i miei genitori erano fuori città, Ste ed io ci siamo prese cura di lui: io con il mio solito atteggiamento pavido e tremebondo – poche cose mi spaventano di più che portare fuori il cane – e Ste con la sua gioia contagiosa. Abbiamo passato una serata intera a giocare con la pallina rossa, abbiamo visto insieme Il colore viola, lui ha dormito ai piedi del nostro letto e ha atteso con aria rassegnata che tornassimo a casa dalle nostre passeggiate pomeridiane.

Adesso i miei genitori sono tornati e Nando ha recuperato i suoi spazi e la sua routine, e anche noi. Però, ecco, mi manca.

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